Il mobbing

Nel corso degli ultimi anni l’ambiente lavorativo è diventato spesso il luogo in cui hanno origine nuove patologie derivanti da comportamenti umani atti a provocare nei confronti del soggetto “più debole” una sequenza preparata di ripetute angherie, in questi casi si parla di mobbing.

La parola mobbing deriva dal verbo inglese “to mob” (assalire con violenza) ed è stata utilizzata dall’etologo Konrad Lorenz per indicare nel mondoanimale la condotta violenta tra individui della stessa specie per escludere un membro dal gruppo.

In ambito lavorativo, il termine è stato impiegato per la prima volta dallo psicologo tedesco Heinz Leymann per definire una serie di condotte aggressive e frequenti nei confronti di un lavoratore compiute dal datore di lavoro, superiori o colleghi.

È Harald Ege, psicologo del lavoro e collaboratore di Heinz Leymann a introdurre il termine in Italia, definendo il mobbing una forma di “terrore psicologico sul luogo di lavoro”, uno stato di conflittualità sistematica e persistente contro un lavoratore per emarginarlo o escluderlo dal contesto lavorativo.

Il mobbing può essere realizzato direttamente dal datore di lavoro (in questo caso si parla di bossing o mobbing verticale discendente), dai colleghi (mobbing orizzontale), da entrambi (mobbing misto) o dai sottoposti nei confronti del superiore (mobbing verticale ascendente).

La tutela da qualsiasi forma di mobbing è contenuta nell’art.2087 del Codice Civile che obbliga il datore di lavoro a garantire un ambiente di lavoro sicuro, vigilando su qualunque condotta potenzialmente lesiva nei confronti dei lavoratori da parte di colleghi o superiori.

Il mobbing consiste in una serie di condotte aggressive che si ripetono con notevole frequenza in un considerevole periodo di tempo. Fra queste possiamo annoverare:

  • Il dimensionamento o la completa inattività
  • L’assegnazione di eccessivi carichi di lavoro
  • Le frasi ingiuriose e le aggressioni verbali
  • Le critiche continue e umilianti
  • L’isolamento dei colleghi
  • Il collocamento in postazioni di lavoro inidonee
  • Il trasferimento illegittimo
  • Il distacco illegittimo
  • La minaccia o l’esercizio illegittimo del potere disciplinare
  • L’abuso di controlli
  • Il rifiuto arbitrario di lavoro straordinario
  • L’esclusione ingiustificata di incarichi e benefici14. la sottrazione di strumenti di lavoro
  • Il rifiuto delle ferie o la loro sistematica collocazione in periodi non graditi
  • Il rifiuto immotivato della concessione di permessi
  • Il licenziamento ingiustificato.

Rientrano nel fenomeno del mobbing anche le molestie in genere, come comportamenti indesiderati compiuti per motivi di religione, convinzioni personali, handicap, età, orientamento sessuale, razza o origine etnica che possono violare la dignità della persona o creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo (art. 2 decreti legislativi n. 215 e 216/2003), e le molestie sessuali (art. 26 decreto legislativo n.198/2006).

L’attività persecutoria ha lo scopo di spingere il lavoratore a dimettersi o a rinunciare ad eventuali incarichi nonché estromettere lo stesso dal contesto lavorativo. Se la persecuzione proviene dal datore di lavoro o dai superiori gerarchici si parla di mobbing verticale; se i persecutori sono semplici colleghi del lavoratore si parla di mobbing orizzontale; infine, se le vessazioni provengono dai sottoposti, che si coalizzano contro il superiore si parla di mobbing acendente.

Tali comportamenti assumono una connotazione illecita allorquando aventi come unico scopo quello di danneggiare il lavoratore nel suo ruolo e nella sua funzione lavorativa, così da determinare il suo isolamento fisico, morale e psicologico, all’interno del contesto lavorativo. (Cons. Stato Sez. IV, 10/01/2012, n.14).

Per quanto attiene, invece, all’accertamento della condotta “mobbizzante”, costante giurisprudenza ha affermato che “la sussistenza di condotte mobbizzanti deve essere qualificata dall’accertamento di precipue finalità persecutorie o discriminatorie, poiché proprio l’elemento soggettivo finalistico consente di cogliere in uno o più provvedimenti e comportamenti, o anche in una sequenza frammista di provvedimenti e comportamenti, quel disegno unitario teso alla dequalificazione, svalutazione, emarginazione del lavoratore pubblico dal contesto organizzativo nel quale è inserito imprescindibile ai fini dell’ enucleazione del mobbing.” (Cons. Stato Sez. IV, 16/02/2012, n. 815).

Sul mobbing non esiste una specifica disciplina normativa, pertanto, ai fini della tutela del lavoratore mobbizzato si applicano, per quanto compatibili, le norme civilistiche e penalistiche.

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Immigrazione in Italia

L’immigrazione in Italia è sempre stata un problema di grande rilevanza. Infatti gli extracomunitari che arrivano nel nostro paese sono tutti in cerca di lavoro, o comunque di condizioni di vita dignitose, ma purtroppo solo un piccola parte di essi vede realizzato il proprio obiettivo.

Questi dati sono preoccupanti se pensiamo che il 65% delle rimanenti persone per vivere deve lavorare in nero o, peggio ancora, deve dedicarsi ad azioni ancora più illecite, come spaccio di stupefacenti.

Negli ultimi anni si è assistito ad un forte aumento del fenomeno dell’immigrazione clandestina, riconducibile per lo più al differente grado di benessere tra stati in via di sviluppo e stati sviluppati.

Come sottolineano le vicende di cronaca, non c’è giorno che clandestini, poveri derelitti, disperati senza nessuna illusione e senza niente da perdere provenienti dal Marocco, dall’Algeria, dall’Iraq, dalla Somalia, o da altri paesi corrano ad imbarcarsi sopra le decrepiti imbarcazioni che li porteranno non si sa dove, verso quella che credono la salvezza.

Molti di questi immigrati giungono sulle nostre coste con ogni mezzo disponibile, nascosti ovunque possibile, sopportando fatiche bestiali e molto spesso rischiando anche di morire.

Molto spesso è proprio la criminalità organizzata internazionale a gestire l’ingresso clandestino, e questo rende il problema ancora più drammatico, basti pensare a quei “trafficati” che, dopo essere stati introdotti nei paesi di destinazione, vengono spesso inseriti nel modo criminale e sfruttati come fonti di nuovi profitti illeciti (ad es. nel campo della prostituzione, dello spaccio di droga, furti o accattonaggio, lavoro nero, ecc.).

La popolazione italiana a questo riguardo si spacca in due fazioni: la maggior parte vogliono che i clandestini siano rimandati ai loro paesi di origine; altri credono sia meglio trattenerli nei centri di accoglienza, in quanto ritenterebbero l’impresa non appena possibile. La distribuzione sul territorio di questa sotto popolazione di stranieri segue quella della dinamica migratoria con una prevalenza di alunni iscritti nelle scuole italiane.

La continuità nella presenza, il numero di figli nati in Italia, la crescita dei matrimoni misti e dei ricongiungimenti familiari dimostra che l’immigrazione è divenuto un elemento costitutivo della nostra società.

L’Italia, essendo la prima volta che si vede sottoposta a un così grande flusso migratorio, non ha ancora definito una propria linea di comportamento. Il governo  sta affrontando l’argomento e ha approvato alcune leggi che possano aiutare gli immigrati a risolvere alcuni loro problemi di tipo economico; inoltre sta cercando di vararne delle nuove.

Il motivo principale per cui molte persone emigrano sta nel fatto che nel loro paese non si trova quel che loro vorrebbero; sapendo questo, e volendo frenare (o almeno diminuire) il flusso migratorio verso il nostro paese si potrebbero stanziare fondi per migliorare l’economia degli stati di provenienza degli immigrati.

Ogni discussione su questo tema, però, non può essere una fredda comparazione di costi e benefici. Non bisogna mai dimenticare che il “fenomeno” immigrazione è fatto dagli immigrati: uomini in carne ed ossa, con le loro storie, le loro speranze, le loro paure e debolezze, i loro diritti (e i loro doveri), la loro creatività, la voglia di rendersi utili (o di approfittare delle situazioni), i loro vincoli familiari.

La dimensione dell’immigrato-uomo spesso è trascurata anche da coloro che vedono nell’immigrazione solo una risorsa, e che si vorrebbero porre come paladini degli immigrati. Ma vedremo che proprio la dimensione di umanità può essere calpestata e offesa, se l’immigrazione è incoraggiata senza nessuna gestione o controllo.

Esistono numerosi problemi che possono derivare da un’immigrazione eccessiva e non regolamentata, e che possono recar danno alla società, ma anche ferire la dignità stessa degli immigrati (come degli Italiani più deboli):

1. cattive condizioni di vita degli immigrati, sia dal punto di vista del lavoro (bassi salari, sicurezza e diritti precari) sia da quello dell’alloggio (alti prezzi di acquisto e affitto, condizioni malsane e sovraffollamento);

2. peggioramento delle condizioni di lavoro e di alloggio degli Italiani delle fasce più deboli, che entrano in competizione con gli immigrati;

3. scadimento di un sistema di protezione sociale gravato da troppo assistiti, con conseguenze negative per gli Italiani che non hanno la possibilità di pagarsi tutele privatistiche;

4. delinquenza degli immigrati senza lavoro. Una condizione di cui questi immigrati possono essere parzialmente anche vittime, perché arrivano con speranze non realizzabili. E vittime, ovviamente, sono i cittadini locali, soprattutto quelli dei quartieri dove si concentrano gli insediamenti di immigrati;

5. sfruttamento degli immigrati da parte della criminalità organizzata che gestisce i flussi migratori. Si va dall’impoverimento di immigrati che al loro Paese avevano una condizione di vita dignitosa, sono stati spinti a vendere tutto per pagare il viaggio, e non vedono realizzabili aspettative che spesso erano state enfatizzate da chi li ha incoraggiati a partire. Sino ad arrivare allo schiavismo e alla tratta delle giovani donne, indotte a partire con la promessa di lavoro e poi costrette alla prostituzione;

6. impoverimento dei Paesi di provenienza, privati delle risorse umane più intraprendenti e più pronte al sacrificio (l’ambasciatore rumeno Razvan Rusu ha denunciato che in Romania inizia ad esserci una forte carenza di manodopera: almeno 27 mila lavoratori);

7. violenza sui soggetti deboli nelle comunità-ghetto di immigrati;

8. conflitti sociali ed economici, soprattutto tra le classi deboli italiane e immigrate (“guerra tra poveri”);

9. conflitti politici e culturali per l’esistenza di differenze inconciliabili su principi di convivenza e diritti fondamentali: idea della laicità dello Stato, diritti delle donne e dei minori, diversa sensibilità sull’esigenza di isolare violenza e terrorismo, ecc..

Esiste un dovere morale, di solidarietà umana, ad aiutare ed accogliere le persone in condizione di bisogno. Questo dovere deve essere esercitato, appunto, nei limiti in cui sia realisticamente possibile, nei limiti in cui l’accoglienza offerta sia dignitosa (non si può dire: “vieni e arrangiati”), nei limiti in cui consenta il rispetto del bene comune della società ospitante. il cittadino comunitario che si stabilisca in Italia non è un immigrato ma è un cittadino ”alla pari” di quelli che hanno la cittadinanza italiana. Il fenomeno è giuridicamente rilevante, sia sul piano internazionale sia su quello interno.

In sede sovranazionale sono stati adottati strumenti diplomatici, come accordi bilaterali in materia amministrativa ed economica allo scopo di abolire il visto d’ingresso, e gli atti finalizzati a promuovere gli scambi culturali favorendo, per es., i soggiorni e la concessione di borse di studio; tra i secondi, quelli stipulati allo scopo d’inviare esperti di cooperazione tecnica per favorire lo sviluppo dei paesi emergenti e la formazione in essi di personale professionalmente qualificato.

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Fonti articolo:

http://www.treccani.it/enciclopedia/immigrazione_(Enciclopedia-Italiana)