Il brevetto

Il brevetto può essere definito come l’attestato amministrativo con il quale si attribuisce all’inventore l’uso esclusivo del risultati di una nuova invenzione.

Oggetto del brevetto sono soltanto le invenzioni tecnologiche; restano scoperte, perciò, le innovazioni di tipo commerciale.

A ben vedere, infatti, alla base del brevetto c’è una logica di rivelazione, di trasparenza della struttura dell’invenzione: la descrizione dettagliata dell’invenzione, allegata alla domanda di rilascio del brevetto, consente, alla scadenza del termine fissato dalla legge, la sua acquisizione stabile al patrimonio collettivo.

Quanto alle varie tipologie di invenzioni possiamo distinguere fra:

  • invenzioni di prodotto e invenzioni di procedimento;
  • invenzioni derivate da altre precedenti invenzioni:
    • invenzioni di perfezionamento;
    • invenzioni di combinazione;
    • Invenzioni di traslazione.

Quest’ultimo è nullo:

  • se l’invenzione manca del carattere della novità o industrialità;
  • se la descrizione allegata alla domanda non comprende tutte le indicazioni necessarie a persona esperta per mettere in pratica l’invenzione;
  • se l’oggetto del brevetto si estende oltre il contenuto della domanda;
  • se il titolare del brevetto non aveva diritto di ottenerlo e l’inventore non abbia fatto valere i suoi diritti.

Il giudizio di nullità

La concessione del brevetto non pregiudica l’esercizio delle azioni giudiziarie circa la validità del brevetto; essa serve solo a spostare l’onere della prova della mancanza dei requisiti per la brevettabilità dell’invenzione a carico di chi intende impugnarne la validità.

La titolarità dei diritti nascenti dall’invenzione

Il diritto di rilascio del brevetto spetta a chiunque abbia posto in essere l’attività inventiva che ha dato luogo alla nuova invenzione.

Qui si prevedono due ipotesi:

  • quella in cui la procedura di brevettazione si sia già conclusa con il rilascio del brevetto a favore del non avente diritto. In tal caso il vero titolare potrà:
    • far valere la nullità del brevetto rilasciato al non avente diritto;
    • rivendicare il brevetto;
  • quella in cui la procedura di brevettazione sia ancora pendente.

L’esclusività attribuita dal brevetto al suo titolare, così come risulta dall’art. 1bis della L.brev. concerne:

  • la realizzazione del prodotto o del procedimento;
  • la sua utilizzazione;
  • la sua commerciabilità;
  • il divieto di importare lo stesso prodotto o il prodotto frutto del procedimento brevettato.

Il contenuto del brevetto ed i suoi limiti

Il diritto di esclusiva sull’invenzione attributo dal brevetto ha una durata limitata a venti anni (salvi i termini diversi previsti dalle normative brevettali speciali) a decorrere dalla data di deposito della domanda di brevetto.

L’onere di provare la contraffazione incombe sul titolare del brevetto.

Per evitare che la possibile lunghezza del giudizio di contraffazione torni a danno del titolare del brevetto.

La durata della licenza è fissata dalle parti e coincide solitamente con la durata del brevetto.

  • legittima il rilascio della licenza obbligatoria qualora, per cause dipendenti dalla volontà del titolare del brevetto, l’attuazione dell’invenzione, per oltre un triennio, manchi o risulti insufficiente ai bisogni del paese;
  • invenzioni dipendenti: il diritto ad ottenere la licenza obbligatoria sussiste, però, solo quando la seconda invenzione costituisce, rispetto alla precedente, un importante progresso tecnico di rilevanza economica.

La legge prevede inoltre una generale possibilità di espropriazione del brevetto nell’interesse della difesa militare del Paese o per altre ragioni di pubblica utilità.

Il preutente, infatti, non vanta un diritto di esclusiva nei confronti del successivo registrante, né può agire con l’azione di contraffazione, ma è semplicemente immune dall’azione di contraffazione del titolare del brevetto.

Rilevano, a tal proposito, il criterio della scindibilità tra valore artistico e carattere industriale e il criterio della sufficienza del valore artistico della forma.

Il brevetto per modello ornamentale ha efficacia per quindici anni.

Il marchio

Il marchio è senza dubbio il più importante segno distintivo, inteso come “il segno che si appone sul prodotto e ne costituisce la marca”. Come segno distintivo, il marchio deve consistere in un’entità esterna al prodotto o al suo involucro, che si aggiunge al prodotto per indicare la provenienza, ma da esso separabile senza snaturarlo. Esso possiede tre funzioni: funzione distintiva, di indicazione di provenienza, attrattiva.

Il marchio di forma
Il marchio può essere costituito anche dalla forma del prodotto o dalla confezione dello stesso ad esclusione delle forme: necessarie, quelle cioè imposte dalla natura stessa del prodotto; funzionali, necessarie per ottenere un risultato tecnico; ornamentali, che danno un valore sostanziale al prodotto.

I requisiti di validità del marchio
Per poter costituire oggetto di tutela, il marchio deve presentare determinati requisiti di validità che sono: la capacità distintiva, la novità, la liceità e la verità.

L’assenza del requisito della novità del marchio è suscettibile di una sanatoria definita convalida del marchio.  Tuttavia la convalida non consente al titolare del marchio convalidato di opporsi all’uso del marchio anteriore.

La tutela del diritto

Il diritto d’uso esclusivo del marchio si sostanzia nella possibilità, riconosciuta al titolare, di vietare a terzi, salvo il proprio consenso, determinati comportamenti. Questo è il principio della relatività o specialità della tutela del marchio.

Il contenuto del diritto di esclusiva

Il diritto di esclusiva, derivante dalla registrazione del marchio, riguarda:

  • l’immissione dei prodotti recanti il marchio;
  • l’offerta in commercio o la detenzione a fini commerciali dei prodotti contraddistinti dal segno;
  • l’importazione o l’esportazione dei prodotti stessi;
  • l’utilizzazione del segno nella pubblicità.

Da ciò si deduce che il legislatore vieta soltanto l’uso del marchio altrui in funzione distintiva.

L’onere di provare la contraffazione incombe sul titolare del marchio.

La circolazione del marchio

La cessione del marchio

Si ha cessione del marchio quando il titolare del marchio si spoglia definitivamente di tale titolarità a favore di un altro soggetto.

La legge ha affermato il principio della libera cedibilità del marchio – non più connessa quindi ad altri elementi aziendali – e riconosciuto la legittimità della cessione parziale – ovvero la cessione del marchio solo per una parte dei prodotti per i quali è registrato.

La licenza di marchio

Il marchio, oltre che ceduto, può essere concesso in licenza.

L’estinzione del marchio

L’estinzione del marchio si realizza con:

  • la scadenza del termine decennale di efficacia della registrazione;
  • la rinuncia del titolare;
  • la dichiarazione di nullità del marchio;
  • il verificarsi di determinate cause di decadenza.
La nullità del marchio

Il marchio registrato può essere dichiarato nullo dal giudice ordinario qualora manchi dei suoi presupposti e dei requisiti di validità.

Va ricordato, infine, che la riforma del 1992 ha espressamente previsto, all’art. 47ter, la nullità parziale del marchio, che ricorre quando il motivo di nullità colpisce solo una parte dei prodotti o servizi per i quali il marchio è stato registrato.

La decadenza del marchio

La decadenza è la cessazione anticipata del diritto di marchio rispetto al termine di scadenza previsto dalla legge.

L’onere della prova incombe su chi impugna la validità del marchio registrato.

L’invalidità del marchio, di regola, si traduce nell’impossibilità per il titolare di pretenderne l’uso esclusivo.

I titolari dei marchi collettivi devono anche, pena la decadenza stessa del marchio, monitorare l’attività dei produttori per verificarne il rispetto dei regolamenti.

Le scritture contabili

I soggetti impegnati alla tenuta delle scritture contabili sono, oltre che l’imprenditore commerciale singolo, anche le società, qualunque sia l’attività esercitata, e gli enti pubblici che svolgono attività commerciale non in via principale.

Il legislatore italiano ha adottato un sistema misto, stabilendo che, accanto all’obbligo di tenuta di scritture nominativamente individuate, e delle quali viene descritta normativamente anche la funzione (libro giornale e libro degli inventari), l’imprenditore debba necessariamente tenere le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa. Il minimo indispensabile è dunque costituito dal libro giornale, dal libro degli inventari e dalla conservazione della corrispondenza.

In particolare:

  • nel libro giornale le operazioni relative all’esercizio dell’impresa devono essere annotate secondo l’ordine cronologico in cui sono compiute, con l’osservazione altresì del c.d. criterio dell’immediatezza (ogni “affare” deve cioè essere annotato appena compiuto);
  • nel libro degli inventari devono essere indicate e valutate le attività e le passività relative all’impresa, nonché le attività e le passività dell’imprenditore estranee alla medesima;
  • l’imprenditore deve conservare ordinatamente per ciascuna affare gli originali delle lettere, dei telegrammi e delle fatture ricevute, nonché le copie delle lettere, dei telegrammi e delle fatture spedite.

Per ciò che riguarda il “nucleo mobile” delle scritture contabili, la scienza aziendalistica non ha mancato di individuare i libri resi necessari sia dalle dimensioni dell’azienda sia dal ramo merceologico in cui l’impresa opera (libro mastro, che segue l’ordine sistematico, il libro magazzino). Il sistema normativo è completato dalle disposizioni relative alle modalità di tenuta delle scritture contabili, la cui osservanza è indispensabile perché le scritture siano considerate regolari. Regolarità che costituisce presupposto indispensabile sia perché l’imprenditore possa invocare come prova a suo favore le registrazioni, sia per essere ammessi, in caso di dissesto, al beneficio del concordato preventivo o dell’amministrazione controllata.

I principali punti sono:

  • il libro giornale e il libro degli inventari devono essere progressivamente numerati in ogni pagina e bollati in ogni foglio dall’ufficio del registro delle imprese o da un notaio;
  • tutte le scritture contabili devono essere tenute secondo le norme di un’ordinata contabilità, senza spazi in bianco, senza interlinee e senza abrasioni;
  • la contabilità deve essere conservata per dieci anni.
  • I mezzi processuali di acquisizione delle scritture sono:
  • l’esibizione, che può avere ad oggetto solo determinate registrazioni e viene ordinata dal giudice anche su istanza di parte;
  • la comunicazione, la quale concerne l’integrale contabilità dell’imprenditore, ed è ammessa, sempre su ordine del giudice, solo in caso di controversie relative allo scioglimento della società, alla comunione dei beni e alla successione per causa di morte.

L’imprenditore e i suoi ausiliari

All’attività imprenditoriale partecipano diversi soggetti. Questa collaborazione si attua mediante la prestazione di opera sia da parte di persone estranee all’organizzazione (cioè gli ausiliari autonomi), sia da parte di persone che agiscono nell’ambito dell’impresa e che si pongono, rispetto all’imprenditore, in posizione di subordinazione (quindi gli ausiliari subordinati).

L’institore

L’institore è la persona preposta dal titolare all’esercizio di un’impresa commerciale, o di una sede secondaria o di un ramo particolare dell’impresa. La rappresentanza institoria è per sua natura generale.La procura è la via principale per il conferimento dei poteri institori.

L’orientamento consolidato della Cassazione è ormai nel senso che il fondamento della rappresentanza sta nel fatto stesso della preposizione.

Tra i poteri dell’institore vi sono:

  • la rappresentanza dell’imprenditore;
  • la corresponsabilità con l’imprenditore per l’osservanza delle disposizioni riguardanti l’iscrizione nel Registro delle imprese e la tenuta delle scritture contabili;
  • la c.d. contemplatio domini, in virtù della quale l’institore che omette di fare conoscere che tratta per il proponente risponde personalmente.

Si noti infine che l’institore:

  • non può nominare altri institori, in quanto i suoi poteri si estendono alla sola gestione dell’attività cui è preposto;
  • non può essere preposto ad una piccola impresa.

I procuratori

Sono procuratori coloro i quali, in base ad un rapporto continuativo, possono compiere per l’imprenditore gli atti pertinenti all’esercizio dell’impresa, pur non essendovi preposti. La materia dei procuratori è regolata dall’art. 2209. Egli – al pari dell’institore – è un rappresentante generale dell’imprenditore a questi legato da un rapporto di lavoro subordinato.

I commessi

I commessi sono coloro che esercitano attività subordinata di concetto o di ordine, estranea però a funzioni direttive.

 Essi possono essere:

  • preposti alla vendita nei locali dell’impresa (commessi di negozio);
  • incaricati della vendita da piazza a piazza (commessi viaggiatori);

I loro poteri rappresentativi sono strettamente collegati alle mansioni svolte potendo compiere solo gli atti che ordinariamente comporta la specie delle operazioni di cui sono incaricati.

Fonti del diritto commerciale

Si definisce diritto commerciale quella branca del diritto privato che comprende varie ed articolate materie legate agli aspetti giuridicamente rilevanti delle attività economiche. Più in particolare, regola ed ha per oggetto i contratti conclusi tra operatori economici e tra essi ed i loro clienti privati, nonché gli atti e le attività delle società. Comprende quindi anche il diritto privato delle società. Fondatore del diritto commerciale è considerato il giurista cinquecentesco anconitano Benvenuto Stracca, che nel 1553 pubblicò il De mercatura seu mercatore tractatus, con il quale per la prima volta il diritto commerciale venne considerato come un complesso di norme distinto sia dal diritto civile sia da quello canonico.

Nel corso del Medioevo, infatti, l’intensa attività commerciale che si era sviluppata nelle città italiane aveva creato la necessità di formare una specifica regolamentazione. Le prime norme che disciplinarono il commercio erano di tipo consuetudinario; vennero su questa base allora istituiti: il registro dei commercianti, le varie specie di società, la cambiale, gli affari di banca, le assicurazioni, il cambio marittimo, l’avaria, il fallimento. Nella creazione di tutte queste istituzioni le repubbliche marinare e le altre città commerciali italiane ebbero dunque un ruolo fondamentale.

Benvenuto Stracca sistemò tutto ciò, elaborando una sistemazione organica ed autonoma delle norme del diritto commerciale e, pur essendo un ammiratore del diritto romano, ritenne spesso necessario preferirgli le consuetudini moderne, più rispondenti alle nuove necessità. Si può anzi dire che, in base al pensiero dello Stracca, il diritto commerciale deve sempre rispondere alle mutevoli esigenze delle società. In Italia, le sue fonti sono contenute nel codice civile o in leggi speciali. Ciò si differenzia da quanto accade in diversi altri ordinamenti giuridici, che dispongono di un vero e proprio Codice di Commercio (o Codice delle Obbligazioni, Svizzera), speciale rispetto al codice civile e dedicato espressamente alla materia commercialistica. Anche in Italia, fino al 1942- anno in cui venne promulgato il Codice civile – era in vigore una simile “duplicazione dei codici” (il previgente Codice Civile risaliva al 1865, il Codice di Commercio al 1882).

La scelta di unificare il diritto privato e di far confluire la materia commerciale nel codice civile, compiuta dal legislatore del 1942, comportò la cosiddetta commercializzazione del diritto privato. Fino ad allora, le obbligazioni erano diversamente regolate a seconda dell’ambito (civile o commerciale) in cui potevano iscriversi. Con l’unificazione dei codici, quella che era la specifica disciplina delle obbligazioni commerciali venne così applicata generalmente anche alle obbligazioni “civili”, ossia a quelle non contratte nell’esercizio di attività economiche o commerciali. Il diritto commerciale studia, quindi, nei loro vari aspetti, l’attività imprenditoriale e l’esercizio dell’impresa, sia ad opera del singolo, sia ad opera di un gruppo organizzato (come, ad esempio, società o consorzi). Al diritto in parola pervengono altresì gli studi sull’azienda, sulle procedure concorsuali, sulla regolamentazione dei contratti d’impresa, sui titoli di credito (es. assegni, cambiali), sui segni distintivi e sui diritti di privativa, sulle modalità di repressione della concorrenza sleale.

Inoltre, la sempre maggiore complessità dei fenomeni economici e giuridici comporta che ci s’interessi non solo degli aspetti “privatistici” dell’attività d’impresa, ma si ampli lo spettro d’analisi anche ad ambiti in cui il mondo imprenditoriale viene a rapportarsi con i poteri pubblici, nazionali e sovranazionali (basti pensare al ruolo che svolgono le istituzioni comunitarie). Ecco dunque aperti nuovi ambiti di studio, quali quello sulla regolamentazione dei mercati e della concorrenza, oppure quello delle politiche di antitrust, tutti settori che poco si prestano ad essere incasellati nella categoria del diritto privato, stante la rilevanza, in essi, d’interessi pubblici ed il conseguente intervento di pubblici poteri per la loro tutela, come sopra evidenziato.

Parlando di diritto commerciale ci si riferisce quindi, in senso generale, al diritto degli affari e alle regole del mercato volute dal legislatore per regolamentarne i fenomeni e la vita.

La materia è caratterizzata da una costante esigenza di aggiornamento. Si afferma, talvolta, che il mercato sarebbe in buona parte disciplinato dalla cosiddetta lex mercatoria, per cui sarebbero i “grandi mercanti” (multinazionali, banche, istituzioni finanziarie) a dettare le regole, in forza delle loro posizioni dominati sui mercati di riferimento. La lex mercatoria, prodotta da gruppi detentori di un fattuale potere economico, si sostituirebbe così alle ordinarie e “tradizionali” fonti legislative politiche.

Gli strumenti giuridici utilizzati dalle imprese hanno sempre avuto la caratteristica di adattarsi alle mutevoli esigenze del mercato con una particolare rapidità, che anticipa spesso l’operato dei legislatori; legislatori, tra l’altro, sempre più in competizione, per attrarre gli investimenti internazionali (si parla di “concorrenza tra ordinamenti”). È, infatti, proprio questo continuo rinnovarsi ad una velocità sconosciuta ad altre branche del diritto, per l’intervento dei singoli attori dell’economia, a caratterizzare dalle sue origini il diritto commerciale ed a guidarne l’evoluzione.

In Italia, la riforma del diritto societario entrata in vigore il primo gennaio 2004, ha comportato notevoli modifiche alla precedente disciplina del settore.

Dal settembre 2005 è entrato in vigore il Codice del Consumo.

Altre significative evoluzioni nella materia sono intervenute in conseguenza del recepimento di articolate normative Comunitarie che hanno regolato in modo organico materie complesse, come la concorrenza. il dirittocommerciale ruota attorno alla figura dell’imprenditore, per disciplinare le forme attraverso le quali egli opera, gli strumenti dei quali si avvale, la situazioni di crisi nella quale può venirsi a trovare.

è imprenditore “colui che esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o scambio di beni o servizi” Per poter definire un soggetto imprenditore occorre la presenza di:

Esercizio di una attività economica

È un’attività che non si limita al godimento dei beni, ma produce nuove ricchezze e si pone come obiettivo di far fronte a dei costi mediante l’ottenimento di ricavi superiori o uguali alle spese, conseguendo un profitto. L’attività economica è un’attività di rischio essendo possibili delle perdite.

La produzione o scambio di beni o servizi

Tali attività si realizzano o con la produzione di nuovi beni oppure con lo scambio di beni già esistenti sul mercato o, infine, con la fornitura di servizi.

L’organizzazione

Tutti gli elementi personali e materiali usati dall’imprenditore sono tra loro collegati e organizzati in modo unitario in vista dello svolgimento dell’attività economica.

L’esercizio professionale

Non è imprenditore chi svolge attività economica solo occasionalmente. L’esercizio dell’attività economica deve infatti essere abituale, tuttavia per abituale si intende anche un’attività in attiva per una sola parte dell’anno, come per esempio uno stabilimento balneare, purché questo sia continuativo negli anni. Non è imprenditore il professionista: ciò che è essenziale non è il carattere di economicità quanto la natura prevalentemente intellettuale delle prestazioni fornite.

Art. 2070 C. C.

La categoria di lavoratori che fanno capo al contratto collettivo nazionale di lavoro viene individuata sulla base dell’attività esercitata dal datore di lavoro e non dal singolo lavoratore.
Il contratto produce i suoi effetti durante il periodo per cui è stato stipulato.

Contratti aziendali

Sono stipulati tra le rappresentanze sindacali presenti in azienda e il datore di lavoro.
Hanno validità solo all’interno dell’azienda in cui è stato stipulato.

Difficoltà che sono sopraggiunte in situazioni di controversie

Possono derivare dall’appli8cazuione del contratto collettivo data la negoziazione di un ruolo attivo delle organizzazioni sindacali del processo.
Fa eccezione il pubblico settore nell’ambito della riforma che ha portato alla contrattualizzazione del lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione.

Art. 64 del D. L. (decreto legislativo) N. 165 del 2001

Disciplina l’accertamento pregiudiziale sull’efficacia validità e interpretazione del contratto collettivo.

E’ prevista una sospensione temporanea della causa pendente tra lavoratore e amministrazione di appartenenza al fine di consentire alle parti di risolvere le controversie in via pregiudiziale.

Se il tentativo fallisce il giudice applica la clausola originaria: applica il contratto collettivo perche esso prevede gli standard minimi di tutela e quindi al disotto di quegli standard non si può andare.

Se una delle parti non è d’accordo con l’interpretazione del giudice è ammesso l’immediato ricorso dello specifico provvedimento.

Se invece l’accordo è raggiunto desto (esso) sostituisce l’accordo precedente.

Di solito le modifiche si risolvono in miglioramenti ma a volta può accadere il contrario.

Per le modifiche migliorative non c’è nessun problema, mentre è diversa la situazione per le modifiche peggiorative, perché il contratto collettivo può solo approvare solo deroghe migliorative al trattamento dei lavoratori.

La direttiva CEE in sede di appalti

In seguito alla prassi dell’utilizzo di nuove forme di collaborazione tra amministrazioni pubblica e settori e settore privato, nell’Unione Europea e di conseguenza in Italia, si assiste ad una progressiva crescita nell’impiego tra Partnership
tra Pubblico e Privato, più brevemente chiamato PPP.
Tale collaborazione si ha soprattutto nei settori nei settori caratterizzati da un certo livello di comprensività tecnica come ad Es. nel settore dei lavori pubblici.
 
La direttiva CEE
 
La direttiva comunitaria
Le novità principali previste nell’Unione Europea nell’ambito dei lavori pubblici riguardano l’introduzione di due nuove procedure di aggiudicazione, che mireranno a conciliare e esigenze di flessibilità delle moderne pubbliche amministrazioni con i principi di trasparenza e pubblica evidenza.
Le commissioni infatti pur non volendo discutere il quadro normativo complessivo, vuole introdurre meccanismi sperimentati nei paesi del Nord Europa e volti all’abbattimento dei principali formalismi delle gare pubbliche, organizzando così le procedure pubbliche con i meccanismi del libero mercato.
Tali organismi rispettano un’esigenza di opera  Step by Step.
Il provvedimento in questione riguarda il settore degli appalti pubblici che anno ad oggetto i lavori le forniture e i servizi. Lo scopo e quello di comunicare in una sorta di codice unico, discipline settoriali diverse in modo che gli operatori sdi possono muovere in modo più agevole all’interno delle procedure di affidamento di questi contratti.
Il riassetto e dovuto anche alla rilevanza che il settore può avere sullo sviluppo dell’occupazione e della produttività delle aziende coinvolte, non che per il miglioramento della qualità dei servizi pubblici.
 
La direttiva 2004/18/CEE
Sovra essere recepita da ogni stato membro ciò comporta dunque all’interno di ogni stato la modifica o la riscrittura  delle normative inerenti nel settore degli appalti pubblici.
Tra le principali novità c’è l’innalzamento delle soglie di applicazione della normativa europea rispetto ai valori validi fino al 2005.
Inoltre cambia la definizione di appaltatore che viene qualificato uniformemente come operatore economico sia per appaltatori di lavori che per fornitori unitari di beni sia per prestatori di servizi.
La novità assoluta però è l’introduzione del Dialogo Competitivo e delle sue Aste elettroniche che rappresentano sicuramente la novità assoluta per la Normativa Comunitaria in materia di appalti.
Il Dialogo Competitivo, prevede lo scambio di informazioni tra l’amministrazione aggiudicatrice e i candidati ammessi alla procedura d’appalto, allo scopo di delimitare una o più soluzioni ottimali. Inj base a tale soluzione i candidati presentano le offerte.
Con il Dialogo Competitivo si hanno una serie di approfondimento fino a quando l’amministrazione non individua la soluzione che soddisfa le proprie necessità.
A quel punto scatta la fase di verifica delle offerte.
Le Poste elettroniche invece sono un processo di confronto delle offerte economiche, modificate successivamente al ribasso e inviate tramite sistema elettronico.
Un’altra unità sono l’applicazione dei contratti quadro che consentono di scegliere l’operatore economico con una procedura semplificata.
 
Acquisizione dinamica della nuova direttiva comunitaria sugli appalti.
Un notevole importanza è il secondo strumento sono Aste elettroniche e Contratti quadro.
E’ un contratto mediante gara nel quale il contraente scelto mediante gara si impegna a fornire determinati sevizi entro una certa quantità ad un prezzo prefissato in un tempo determinato, senza alterare il mercato.
 
La direttiva 2004/18/CEE in materia di appalti pubblici di lavori, forniture e servizi.
Tale direttiva ha inteso innanzitutto aggiornare e razionalizzare le norme comunitarie preesistenti, in materia di appalti pubblici.
Si è trattato essenzialmente di un’operazione di coordinamento fra precedenti normative, rispondente ad una esigenza di semplificazione e non di riforma dell’impianto normativo esistente.
Gli obiettivi fondamentali che il legislatore comunitario ha voluto perseguire possono essere posizionate in 4 categorie:
 
1) La semplificazione delle disposizioni comunitarie in tema di appalti pubblici;
2) L’aggiornamento della normativa vigente alla luce delle novità tecnologiche ed economiche;
3) La maggiore flessibilità della normativa comunitaria;
4) Il rafforzamento dei principi di concorrenza e trasparenza.