Il brevetto

Il brevetto può essere definito come l’attestato amministrativo con il quale si attribuisce all’inventore l’uso esclusivo del risultati di una nuova invenzione.

Oggetto del brevetto sono soltanto le invenzioni tecnologiche; restano scoperte, perciò, le innovazioni di tipo commerciale.

A ben vedere, infatti, alla base del brevetto c’è una logica di rivelazione, di trasparenza della struttura dell’invenzione: la descrizione dettagliata dell’invenzione, allegata alla domanda di rilascio del brevetto, consente, alla scadenza del termine fissato dalla legge, la sua acquisizione stabile al patrimonio collettivo.

Quanto alle varie tipologie di invenzioni possiamo distinguere fra:

  • invenzioni di prodotto e invenzioni di procedimento;
  • invenzioni derivate da altre precedenti invenzioni:
    • invenzioni di perfezionamento;
    • invenzioni di combinazione;
    • Invenzioni di traslazione.

Quest’ultimo è nullo:

  • se l’invenzione manca del carattere della novità o industrialità;
  • se la descrizione allegata alla domanda non comprende tutte le indicazioni necessarie a persona esperta per mettere in pratica l’invenzione;
  • se l’oggetto del brevetto si estende oltre il contenuto della domanda;
  • se il titolare del brevetto non aveva diritto di ottenerlo e l’inventore non abbia fatto valere i suoi diritti.

Il giudizio di nullità

La concessione del brevetto non pregiudica l’esercizio delle azioni giudiziarie circa la validità del brevetto; essa serve solo a spostare l’onere della prova della mancanza dei requisiti per la brevettabilità dell’invenzione a carico di chi intende impugnarne la validità.

La titolarità dei diritti nascenti dall’invenzione

Il diritto di rilascio del brevetto spetta a chiunque abbia posto in essere l’attività inventiva che ha dato luogo alla nuova invenzione.

Qui si prevedono due ipotesi:

  • quella in cui la procedura di brevettazione si sia già conclusa con il rilascio del brevetto a favore del non avente diritto. In tal caso il vero titolare potrà:
    • far valere la nullità del brevetto rilasciato al non avente diritto;
    • rivendicare il brevetto;
  • quella in cui la procedura di brevettazione sia ancora pendente.

L’esclusività attribuita dal brevetto al suo titolare, così come risulta dall’art. 1bis della L.brev. concerne:

  • la realizzazione del prodotto o del procedimento;
  • la sua utilizzazione;
  • la sua commerciabilità;
  • il divieto di importare lo stesso prodotto o il prodotto frutto del procedimento brevettato.

Il contenuto del brevetto ed i suoi limiti

Il diritto di esclusiva sull’invenzione attributo dal brevetto ha una durata limitata a venti anni (salvi i termini diversi previsti dalle normative brevettali speciali) a decorrere dalla data di deposito della domanda di brevetto.

L’onere di provare la contraffazione incombe sul titolare del brevetto.

Per evitare che la possibile lunghezza del giudizio di contraffazione torni a danno del titolare del brevetto.

La durata della licenza è fissata dalle parti e coincide solitamente con la durata del brevetto.

  • legittima il rilascio della licenza obbligatoria qualora, per cause dipendenti dalla volontà del titolare del brevetto, l’attuazione dell’invenzione, per oltre un triennio, manchi o risulti insufficiente ai bisogni del paese;
  • invenzioni dipendenti: il diritto ad ottenere la licenza obbligatoria sussiste, però, solo quando la seconda invenzione costituisce, rispetto alla precedente, un importante progresso tecnico di rilevanza economica.

La legge prevede inoltre una generale possibilità di espropriazione del brevetto nell’interesse della difesa militare del Paese o per altre ragioni di pubblica utilità.

Il preutente, infatti, non vanta un diritto di esclusiva nei confronti del successivo registrante, né può agire con l’azione di contraffazione, ma è semplicemente immune dall’azione di contraffazione del titolare del brevetto.

Rilevano, a tal proposito, il criterio della scindibilità tra valore artistico e carattere industriale e il criterio della sufficienza del valore artistico della forma.

Il brevetto per modello ornamentale ha efficacia per quindici anni.

Il marchio

Il marchio è senza dubbio il più importante segno distintivo, inteso come “il segno che si appone sul prodotto e ne costituisce la marca”. Come segno distintivo, il marchio deve consistere in un’entità esterna al prodotto o al suo involucro, che si aggiunge al prodotto per indicare la provenienza, ma da esso separabile senza snaturarlo. Esso possiede tre funzioni: funzione distintiva, di indicazione di provenienza, attrattiva.

Il marchio di forma
Il marchio può essere costituito anche dalla forma del prodotto o dalla confezione dello stesso ad esclusione delle forme: necessarie, quelle cioè imposte dalla natura stessa del prodotto; funzionali, necessarie per ottenere un risultato tecnico; ornamentali, che danno un valore sostanziale al prodotto.

I requisiti di validità del marchio
Per poter costituire oggetto di tutela, il marchio deve presentare determinati requisiti di validità che sono: la capacità distintiva, la novità, la liceità e la verità.

L’assenza del requisito della novità del marchio è suscettibile di una sanatoria definita convalida del marchio.  Tuttavia la convalida non consente al titolare del marchio convalidato di opporsi all’uso del marchio anteriore.

La tutela del diritto

Il diritto d’uso esclusivo del marchio si sostanzia nella possibilità, riconosciuta al titolare, di vietare a terzi, salvo il proprio consenso, determinati comportamenti. Questo è il principio della relatività o specialità della tutela del marchio.

Il contenuto del diritto di esclusiva

Il diritto di esclusiva, derivante dalla registrazione del marchio, riguarda:

  • l’immissione dei prodotti recanti il marchio;
  • l’offerta in commercio o la detenzione a fini commerciali dei prodotti contraddistinti dal segno;
  • l’importazione o l’esportazione dei prodotti stessi;
  • l’utilizzazione del segno nella pubblicità.

Da ciò si deduce che il legislatore vieta soltanto l’uso del marchio altrui in funzione distintiva.

L’onere di provare la contraffazione incombe sul titolare del marchio.

La circolazione del marchio

La cessione del marchio

Si ha cessione del marchio quando il titolare del marchio si spoglia definitivamente di tale titolarità a favore di un altro soggetto.

La legge ha affermato il principio della libera cedibilità del marchio – non più connessa quindi ad altri elementi aziendali – e riconosciuto la legittimità della cessione parziale – ovvero la cessione del marchio solo per una parte dei prodotti per i quali è registrato.

La licenza di marchio

Il marchio, oltre che ceduto, può essere concesso in licenza.

L’estinzione del marchio

L’estinzione del marchio si realizza con:

  • la scadenza del termine decennale di efficacia della registrazione;
  • la rinuncia del titolare;
  • la dichiarazione di nullità del marchio;
  • il verificarsi di determinate cause di decadenza.
La nullità del marchio

Il marchio registrato può essere dichiarato nullo dal giudice ordinario qualora manchi dei suoi presupposti e dei requisiti di validità.

Va ricordato, infine, che la riforma del 1992 ha espressamente previsto, all’art. 47ter, la nullità parziale del marchio, che ricorre quando il motivo di nullità colpisce solo una parte dei prodotti o servizi per i quali il marchio è stato registrato.

La decadenza del marchio

La decadenza è la cessazione anticipata del diritto di marchio rispetto al termine di scadenza previsto dalla legge.

L’onere della prova incombe su chi impugna la validità del marchio registrato.

L’invalidità del marchio, di regola, si traduce nell’impossibilità per il titolare di pretenderne l’uso esclusivo.

I titolari dei marchi collettivi devono anche, pena la decadenza stessa del marchio, monitorare l’attività dei produttori per verificarne il rispetto dei regolamenti.

Le scritture contabili

I soggetti impegnati alla tenuta delle scritture contabili sono, oltre che l’imprenditore commerciale singolo, anche le società, qualunque sia l’attività esercitata, e gli enti pubblici che svolgono attività commerciale non in via principale.

Il legislatore italiano ha adottato un sistema misto, stabilendo che, accanto all’obbligo di tenuta di scritture nominativamente individuate, e delle quali viene descritta normativamente anche la funzione (libro giornale e libro degli inventari), l’imprenditore debba necessariamente tenere le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa. Il minimo indispensabile è dunque costituito dal libro giornale, dal libro degli inventari e dalla conservazione della corrispondenza.

In particolare:

  • nel libro giornale le operazioni relative all’esercizio dell’impresa devono essere annotate secondo l’ordine cronologico in cui sono compiute, con l’osservazione altresì del c.d. criterio dell’immediatezza (ogni “affare” deve cioè essere annotato appena compiuto);
  • nel libro degli inventari devono essere indicate e valutate le attività e le passività relative all’impresa, nonché le attività e le passività dell’imprenditore estranee alla medesima;
  • l’imprenditore deve conservare ordinatamente per ciascuna affare gli originali delle lettere, dei telegrammi e delle fatture ricevute, nonché le copie delle lettere, dei telegrammi e delle fatture spedite.

Per ciò che riguarda il “nucleo mobile” delle scritture contabili, la scienza aziendalistica non ha mancato di individuare i libri resi necessari sia dalle dimensioni dell’azienda sia dal ramo merceologico in cui l’impresa opera (libro mastro, che segue l’ordine sistematico, il libro magazzino). Il sistema normativo è completato dalle disposizioni relative alle modalità di tenuta delle scritture contabili, la cui osservanza è indispensabile perché le scritture siano considerate regolari. Regolarità che costituisce presupposto indispensabile sia perché l’imprenditore possa invocare come prova a suo favore le registrazioni, sia per essere ammessi, in caso di dissesto, al beneficio del concordato preventivo o dell’amministrazione controllata.

I principali punti sono:

  • il libro giornale e il libro degli inventari devono essere progressivamente numerati in ogni pagina e bollati in ogni foglio dall’ufficio del registro delle imprese o da un notaio;
  • tutte le scritture contabili devono essere tenute secondo le norme di un’ordinata contabilità, senza spazi in bianco, senza interlinee e senza abrasioni;
  • la contabilità deve essere conservata per dieci anni.
  • I mezzi processuali di acquisizione delle scritture sono:
  • l’esibizione, che può avere ad oggetto solo determinate registrazioni e viene ordinata dal giudice anche su istanza di parte;
  • la comunicazione, la quale concerne l’integrale contabilità dell’imprenditore, ed è ammessa, sempre su ordine del giudice, solo in caso di controversie relative allo scioglimento della società, alla comunione dei beni e alla successione per causa di morte.

L’imprenditore e i suoi ausiliari

All’attività imprenditoriale partecipano diversi soggetti. Questa collaborazione si attua mediante la prestazione di opera sia da parte di persone estranee all’organizzazione (cioè gli ausiliari autonomi), sia da parte di persone che agiscono nell’ambito dell’impresa e che si pongono, rispetto all’imprenditore, in posizione di subordinazione (quindi gli ausiliari subordinati).

L’institore

L’institore è la persona preposta dal titolare all’esercizio di un’impresa commerciale, o di una sede secondaria o di un ramo particolare dell’impresa. La rappresentanza institoria è per sua natura generale.La procura è la via principale per il conferimento dei poteri institori.

L’orientamento consolidato della Cassazione è ormai nel senso che il fondamento della rappresentanza sta nel fatto stesso della preposizione.

Tra i poteri dell’institore vi sono:

  • la rappresentanza dell’imprenditore;
  • la corresponsabilità con l’imprenditore per l’osservanza delle disposizioni riguardanti l’iscrizione nel Registro delle imprese e la tenuta delle scritture contabili;
  • la c.d. contemplatio domini, in virtù della quale l’institore che omette di fare conoscere che tratta per il proponente risponde personalmente.

Si noti infine che l’institore:

  • non può nominare altri institori, in quanto i suoi poteri si estendono alla sola gestione dell’attività cui è preposto;
  • non può essere preposto ad una piccola impresa.

I procuratori

Sono procuratori coloro i quali, in base ad un rapporto continuativo, possono compiere per l’imprenditore gli atti pertinenti all’esercizio dell’impresa, pur non essendovi preposti. La materia dei procuratori è regolata dall’art. 2209. Egli – al pari dell’institore – è un rappresentante generale dell’imprenditore a questi legato da un rapporto di lavoro subordinato.

I commessi

I commessi sono coloro che esercitano attività subordinata di concetto o di ordine, estranea però a funzioni direttive.

 Essi possono essere:

  • preposti alla vendita nei locali dell’impresa (commessi di negozio);
  • incaricati della vendita da piazza a piazza (commessi viaggiatori);

I loro poteri rappresentativi sono strettamente collegati alle mansioni svolte potendo compiere solo gli atti che ordinariamente comporta la specie delle operazioni di cui sono incaricati.

Fonti del diritto commerciale

Si definisce diritto commerciale quella branca del diritto privato che comprende varie ed articolate materie legate agli aspetti giuridicamente rilevanti delle attività economiche. Più in particolare, regola ed ha per oggetto i contratti conclusi tra operatori economici e tra essi ed i loro clienti privati, nonché gli atti e le attività delle società. Comprende quindi anche il diritto privato delle società. Fondatore del diritto commerciale è considerato il giurista cinquecentesco anconitano Benvenuto Stracca, che nel 1553 pubblicò il De mercatura seu mercatore tractatus, con il quale per la prima volta il diritto commerciale venne considerato come un complesso di norme distinto sia dal diritto civile sia da quello canonico.

Nel corso del Medioevo, infatti, l’intensa attività commerciale che si era sviluppata nelle città italiane aveva creato la necessità di formare una specifica regolamentazione. Le prime norme che disciplinarono il commercio erano di tipo consuetudinario; vennero su questa base allora istituiti: il registro dei commercianti, le varie specie di società, la cambiale, gli affari di banca, le assicurazioni, il cambio marittimo, l’avaria, il fallimento. Nella creazione di tutte queste istituzioni le repubbliche marinare e le altre città commerciali italiane ebbero dunque un ruolo fondamentale.

Benvenuto Stracca sistemò tutto ciò, elaborando una sistemazione organica ed autonoma delle norme del diritto commerciale e, pur essendo un ammiratore del diritto romano, ritenne spesso necessario preferirgli le consuetudini moderne, più rispondenti alle nuove necessità. Si può anzi dire che, in base al pensiero dello Stracca, il diritto commerciale deve sempre rispondere alle mutevoli esigenze delle società. In Italia, le sue fonti sono contenute nel codice civile o in leggi speciali. Ciò si differenzia da quanto accade in diversi altri ordinamenti giuridici, che dispongono di un vero e proprio Codice di Commercio (o Codice delle Obbligazioni, Svizzera), speciale rispetto al codice civile e dedicato espressamente alla materia commercialistica. Anche in Italia, fino al 1942- anno in cui venne promulgato il Codice civile – era in vigore una simile “duplicazione dei codici” (il previgente Codice Civile risaliva al 1865, il Codice di Commercio al 1882).

La scelta di unificare il diritto privato e di far confluire la materia commerciale nel codice civile, compiuta dal legislatore del 1942, comportò la cosiddetta commercializzazione del diritto privato. Fino ad allora, le obbligazioni erano diversamente regolate a seconda dell’ambito (civile o commerciale) in cui potevano iscriversi. Con l’unificazione dei codici, quella che era la specifica disciplina delle obbligazioni commerciali venne così applicata generalmente anche alle obbligazioni “civili”, ossia a quelle non contratte nell’esercizio di attività economiche o commerciali. Il diritto commerciale studia, quindi, nei loro vari aspetti, l’attività imprenditoriale e l’esercizio dell’impresa, sia ad opera del singolo, sia ad opera di un gruppo organizzato (come, ad esempio, società o consorzi). Al diritto in parola pervengono altresì gli studi sull’azienda, sulle procedure concorsuali, sulla regolamentazione dei contratti d’impresa, sui titoli di credito (es. assegni, cambiali), sui segni distintivi e sui diritti di privativa, sulle modalità di repressione della concorrenza sleale.

Inoltre, la sempre maggiore complessità dei fenomeni economici e giuridici comporta che ci s’interessi non solo degli aspetti “privatistici” dell’attività d’impresa, ma si ampli lo spettro d’analisi anche ad ambiti in cui il mondo imprenditoriale viene a rapportarsi con i poteri pubblici, nazionali e sovranazionali (basti pensare al ruolo che svolgono le istituzioni comunitarie). Ecco dunque aperti nuovi ambiti di studio, quali quello sulla regolamentazione dei mercati e della concorrenza, oppure quello delle politiche di antitrust, tutti settori che poco si prestano ad essere incasellati nella categoria del diritto privato, stante la rilevanza, in essi, d’interessi pubblici ed il conseguente intervento di pubblici poteri per la loro tutela, come sopra evidenziato.

Parlando di diritto commerciale ci si riferisce quindi, in senso generale, al diritto degli affari e alle regole del mercato volute dal legislatore per regolamentarne i fenomeni e la vita.

La materia è caratterizzata da una costante esigenza di aggiornamento. Si afferma, talvolta, che il mercato sarebbe in buona parte disciplinato dalla cosiddetta lex mercatoria, per cui sarebbero i “grandi mercanti” (multinazionali, banche, istituzioni finanziarie) a dettare le regole, in forza delle loro posizioni dominati sui mercati di riferimento. La lex mercatoria, prodotta da gruppi detentori di un fattuale potere economico, si sostituirebbe così alle ordinarie e “tradizionali” fonti legislative politiche.

Gli strumenti giuridici utilizzati dalle imprese hanno sempre avuto la caratteristica di adattarsi alle mutevoli esigenze del mercato con una particolare rapidità, che anticipa spesso l’operato dei legislatori; legislatori, tra l’altro, sempre più in competizione, per attrarre gli investimenti internazionali (si parla di “concorrenza tra ordinamenti”). È, infatti, proprio questo continuo rinnovarsi ad una velocità sconosciuta ad altre branche del diritto, per l’intervento dei singoli attori dell’economia, a caratterizzare dalle sue origini il diritto commerciale ed a guidarne l’evoluzione.

In Italia, la riforma del diritto societario entrata in vigore il primo gennaio 2004, ha comportato notevoli modifiche alla precedente disciplina del settore.

Dal settembre 2005 è entrato in vigore il Codice del Consumo.

Altre significative evoluzioni nella materia sono intervenute in conseguenza del recepimento di articolate normative Comunitarie che hanno regolato in modo organico materie complesse, come la concorrenza. il dirittocommerciale ruota attorno alla figura dell’imprenditore, per disciplinare le forme attraverso le quali egli opera, gli strumenti dei quali si avvale, la situazioni di crisi nella quale può venirsi a trovare.

è imprenditore “colui che esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o scambio di beni o servizi” Per poter definire un soggetto imprenditore occorre la presenza di:

Esercizio di una attività economica

È un’attività che non si limita al godimento dei beni, ma produce nuove ricchezze e si pone come obiettivo di far fronte a dei costi mediante l’ottenimento di ricavi superiori o uguali alle spese, conseguendo un profitto. L’attività economica è un’attività di rischio essendo possibili delle perdite.

La produzione o scambio di beni o servizi

Tali attività si realizzano o con la produzione di nuovi beni oppure con lo scambio di beni già esistenti sul mercato o, infine, con la fornitura di servizi.

L’organizzazione

Tutti gli elementi personali e materiali usati dall’imprenditore sono tra loro collegati e organizzati in modo unitario in vista dello svolgimento dell’attività economica.

L’esercizio professionale

Non è imprenditore chi svolge attività economica solo occasionalmente. L’esercizio dell’attività economica deve infatti essere abituale, tuttavia per abituale si intende anche un’attività in attiva per una sola parte dell’anno, come per esempio uno stabilimento balneare, purché questo sia continuativo negli anni. Non è imprenditore il professionista: ciò che è essenziale non è il carattere di economicità quanto la natura prevalentemente intellettuale delle prestazioni fornite.

Teoria generale del contratto

Secondo l’art. 1321 del Codice Civile, il contratto è l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere fra loro un rapporto giuridico patrimoniale.

Nel sistema romanistico erano conosciute singole figure di contratti, tipici ed atipici, ma le relative discipline erano “atomistiche” (l’una separata dall’altra, non cogliendo i tratti comuni tra singoli contratti). Nel diritto moderno si afferma la figura del contratto come categoria generale.

Le classificazioni dei contratti

I contratti possono essere classificati secondo numerose categorie.

Contratti consensuali e contratti reali, a seconda che si concludano con il semplice consenso legittimamente manifestato (cfr. art. 1376 c.c.) o se, invece, necessitino della consegna materiale della cosa al fine della valida stipulazione.

Contratti associativi e contratti di scambio; i primi vedono tutte le parti del contratto concordi al fine di realizzare un interesse comune (ad es. contratto di società), i secondi vedono le parti in conflitto di interessi, volendo ciascuna di esse massimizzare la propria utilità ritrai bile dalla pattuizione (ad es. compravendita).

Gli elementi del contratto, tale negozio deve contenere alcuni elementi essenziali; inoltre, può contenere alcuni elementi accidentali.

  • Elementi essenziali, il contratto scaturisce dallo scambio del consenso: due o più persone si accordano sul contenuto del contratto che debbono concludere e si impegnano a vicenda. La mancanza anche di uno solo di questi requisiti genera nullità del contratto.
  • Elementi accidentali, può essere definita come un avvenimento futuro e incerto dal quale dipende il prodursi degli effetti del contratto o di un suo singolo patto, ovvero l’eliminazione degli effetti già prodotti.

Esecuzione dei contratti

Il contratto deve essere eseguito secondo buona fede.

Ove questi criteri non siano applicabili la regola è quella della priorità nella conclusione del contratto.

Il vincolo contrattuale resta in vita per tutto il tempo del contratto.

Ciò è vero se nel contratto non è presente la c.d. “clausola di rescindibilità” che consente ad uno solo dei contraenti di chiedere la risoluzione anticipata del contratto.

Il contratto produce effetti grazie al consenso prestato dalle parti.

Il contratto nullo non produce effetti fra le parti e nei confronti dei terzi.

Il contratto annullabile produce effetti fino a quando la parte debole (contraente) non richiede esplicitamente al giudice l’annullabilità del contratto.

Il consenso se accettato alla cessione può essere dato preventivamente, nell’ambito della stipulazione del contratto originario, oppure successivamente, mediante approvazione del contratto di cessione, che deve, pertanto, essere comunicato al terzo contraente ceduto.

Contratto tipico. La necessità di ordinare i contratti in categorie tipiche e di dare un ruolo all’autonomia negoziale, ha origine nel diritto comune,con l’affermarsi del principio del primato della legge.

Caratteri.Lo schema negoziale del contratto tipico, per come previsto dalla legge, ha carattere dispositivo rispetto alla volontà delle parti.

In alcuni casi tuttavia, sono previste, all’interno delle discipline dei singoli contratti, delle norme imperative che sono inderogabili, ovvero non modificabili dalle parti.

Il contratto tipico non è anche tassativo.

Contratti atipici. I contratti che si differenziano dagli schemi tipici, e per questo detti atipici, sono ammessi dall’ordinamento giuridico.

Caratteristiche, essi possono essere costituiti da elementi tipizzati di diversi contratti tipici (ed in tal caso sono detti contratti misti), oppure possono essere del tutto indipendenti da altri modelli contrattuali preesistenti (contratti sui generis).

Compravendita

I caratteri tipici del contratto di vendita. Il contratto di compravendita è un contratto consensuale, ovvero che produce l’effetto traslativo e fa sorgere gli obblighi al momento della conclusione del contratto. Non è quindi un contratto reale (re perficiuntur) che si perfeziona con la consegna della cosa come nel mutuo, nel deposito o nel comodato).

In questi casi l’efficacia della vendita è soltanto obbligatoria (ovvero l’alienante si obbliga a procurare all’acquirente l’acquisto della proprietà).

In tal caso si parlerà anche di contratto formale.

Casi particolari di compravendita

I beni immobili. Per i beni immobili la vendita può essere a misura o a corpo, secondo rispettivamente che in contratto si faccia o meno riferimento all’estensione superficiaria del bene per la determinazione del prezzo.

La circostanza rileva anche in ordine ad eventuali successive compensazioni del prezzo, che possono essere richieste anche dopo la conclusione del contratto, qualora si riscontri una differenza rispetto alla superficie dichiarata.

Il contratto in oggetto non è condizionato alla venuta ad esistenza del bene (o del diritto) giacché nelle more dell’evento le parti possono già essere vincolate all’esecuzione di alcune prestazioni: il compratore (nell’ipotesi di leasing: il Concedente) potrebbe essere già obbligato al pagamento del prezzo ed il venditore, a sua volta, potrebbe essere obbligato a cooperare alla venuta ad esistenza del bene.

Di fatto, nella vendita di cosa futura l’effetto traslativo si verifica nel momento in cui il bene viene ad esistenza nella sua completezza. Il mancato avveramento dell’evento nel termine convenuto (la venuta ad esistenza della cosa oggetto del contratto), determina la risoluzione del contratto per sopravvenuta impossibilità della prestazione.

Vendita con riserva di proprietà. Se il compratore non paga, alle scadenze pattuite, le rate del prezzo, il venditore può ottenere la risoluzione del contratto.

Il compratore soggiace ad un diritto potestativo del venditore.

Diversa dalla vendita con patto di riscatto è la vendita con patto di retrovendita; con questo patto il compratore si obbliga nei confronti del venditore a recidergli il bene in un secondo momento. In questo caso non basta la semplice dichiarazione del venditore per riacquistare il bene, ma serve un ulteriore negozio di trasferimento, in cui oltre alla volontà del venditore c’è quella del compratore.

La garanzia della vendita. La garanzia per l’evizione è funzionale alla tutela del compratore per eventuali “vizi giuridici”, non conosciuti al momento della conclusione del contratto, che limitano il godimento del diritto o del bene.

  • In tal caso è previsto che il compratore possa proporre l’azione di risoluzione del contratto, condannando il venditore alla restituzione del prezzo e al risarcimento del danno.
  •  Se al momento della conclusione del contratto il compratore avrebbe ugualmente acquistato il bene nonostante fosse a conoscenza di tale situazione, allora ha diritto alla sola riduzione del prezzo oltre al risarcimento del danno, nel caso in cui il compratore non avesse acquistato il bene allora può chiedere la risoluzione e il risarcimento del danno.

L’acquisto da parte del consumatore. Gli articoli 1469 bis/1469 sexies e gli articoli 1519 bis/1519 nonies hanno introdotto la disciplina della vendita ai consumatori e della vendita dei beni di consumo.

L’eventuale sanzione di nullità della clausola vessatoria non determina la nullità del contratto.

É stata introdotta anche una disciplina volta a garantire la conformità del bene al contratto (articolo 129 del Codice del Consumo). La conformità va valutata non soltanto in relazione al contratto, ma anche con riguardo all’informazione pre-contrattuale e alle descrizioni del professionista, nonché alla pubblicità o all’etichettatura del bene.

La rilevanza è esclusa se al momento della conclusione del contratto il consumatore ne era a conoscenza o avrebbe dovuto esserlo usando l’ordinaria diligenza.

Come rimedio a disposizione del consumatore la sostituzione del bene o la sua riparazione. Resta in piedi la possibilità di richiedere la risoluzione del contratto con restituzione del prezzo.

Tutela dei diritti e policentrismo giuridico tra rivendicazioni regionalistiche e dinamiche dell'integrazione comunitaria

Iniziative comunitarie

Le iniziative comunitarie attualmente in corso di attuazione sono state previste dal Consiglio europeo di Berlino del 24 e 25 marzo 1999, tenendo conto del valore aggiunto che le iniziative comunitarie possono offrire in più rispetto agli obiettivi principali dei fondi strutturali.

Esse sono:

L’iniziativa finanziata dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) per rafforzare la coesione economica e sociale nella Comunità promuovendo la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale e lo sviluppo equilibrato del territorio della Comunità.

L’iniziativa finanziata dal Fondo europeo agricolo (FEAOG) sezione Orientamento, per l’attuazione di strategie originali di sviluppo sostenibile, in ambito rurale, per la sperimentazione di nuove forme di valorizzazione del patrimonio culturale e naturale, per il potenziamento dell’ambiente economico al fine di creare nuovi posti di lavoro, per il miglioramento della capacità organizzativa delle rispettive  comunità.

L’iniziativa finanziata dal Fondo sociale europeo (FSE) per la promozione di nuove pratiche di lotta alla discriminazione e alle disuguaglianze nel mercato del lavoro. Particolare attenzione è riservata all’inserimento sociale e professionale dei richiedenti asilo.

L’iniziativa finanziata dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) per l’attuazione di strategie innovative per la rivitalizzazione socio economica sostenibile dei centri urbani medio piccoli o di quartieri degradati delle grandi città, e per favorire lo sviluppo e lo scambio di conoscenze ed esperienze sulla rivitalizzazione e lo sviluppo urbano sostenibile.

Il Fondo Sociale Europeo è uno strumento finanziario dell’Unione Europea, la sua azione si esplica nello sviluppo e nel finanziamento di una serie di progetti volti allo sviluppo e alla promozione della coesione tra i diversi stati membri al fine di ridurre gli scostamenti tra le aree più ricche e quelle più arretrate dell’Unione Europea.

Lo scopo principale è quello di contribuire a formare esperti capaci di portare un significativo valore aggiunto alle piccole/medie imprese regionali, per attività anche marginali, nel rispetto delle attenzioni per il territorio sociale e economico.

La riforma della politica di coesione per il periodo di programmazione 2007-2013 tende a favorire interventi strutturali più mirati sugli orientamenti strategici dell’Unione europea, a focalizzare maggiormente le azioni sulle regioni più svantaggiate ed a garantire un maggior decentramento e un’attuazione più snella degli interventi.

Obiettivo competitività regionale e occupazione 

Tale obiettivo si propone un duplice approccio. Da un lato, il rafforzamento della competitività e dell’attrattiva delle regioni attraverso programmi di sviluppo regionale, anticipando i cambiamenti economici e sociali e sostenendo l’innovazione, lo sviluppo della conoscenza, l’imprenditorialità, la protezione dell’ambiente e la prevenzione dei rischi. Dall’altro, mediante programmi nazionali o territoriali si tenderà a potenziare l’adattabilità dei lavoratori e delle imprese nonché a garantire lo sviluppo di mercati del lavoro per rafforzare l’inclusione sociale, in linea con la strategia europea per l’occupazione.

Obiettivo Cooperazione territoriale europea

Tale obiettivo mira ad intensificare la cooperazione a tre livelli:
–     cooperazione transfrontaliera mediante programmi congiunti;
–     cooperazione a livello delle zone transnazionali;
–     reti di cooperazione e di scambio di esperienze sull’intero territorio dell’Unione.

Articolo 97
I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge [cfr. art. 95 c.3], in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.

Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari.

Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.

Il principio di sussidiarietà è un principio antropologico che esprime una concezione globale dell’uomo e della società, in virtù del quale fulcro dell’ordinamento giuridico è la persona umana, intesa come individuo e legame relazionale.

In tale ambito viene indicato come principio di sussidiarietà quel principio sociale e giuridico amministrativo che stabilisce che l’intervento degli organi dello Stato (Stato, Regioni, Città Metropolitane, Province e Comuni), sia nei confronti dei cittadini sia degli enti e suddivisioni amministrative ad esso sottostanti (ovvero l’intervento di organismi sopranazionali nei confronti degli stati membri), debba essere attuato esclusivamente come sussidio (ovvero come aiuto, dal latino subsidium) nel caso in cui il cittadino o l’entità sottostante sia impossibilitata ad agire per conto proprio.

Detto in altri termini il principio di sussidiarietà stabilisce che le attività amministrative dovrebbero essere svolte dall’entità territoriale amministrativa più vicina ai cittadini (i comuni), e che può essere delegata ai livelli amministrativi territoriali superiori (province, città metropolitane, regioni, stato) solo se questi possono rendere il servizio in maniera più efficace ed efficiente).

Il principio di sussidiarietà è stato recepito nell’ordinamento italiano con l’art. 118 della Costituzione.

Il Principio di sussidiarietà è entrato a far parte dell’ordinamento giuridico italiano attraverso il Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 che lo ha qualificato come principio cardine dell’Unione Europea.

Il principio viene, infatti, richiamato nel preambolo del Trattato e viene esplicitamente sancito dall’Articolo 5 di tale Trattato come principio regolatore dei rapporti tra Unione e stati membri.

La Comunità agisce nei limiti delle competenze che le sono conferite e degli obiettivi che le sono assegnati dal presente trattato.

Nei Nei settori che non sono di sua esclusiva competenza la Comunità interviene, secondo il principio della sussidiarietà, soltanto se e nella misura in cui gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario. L’azione della Comunità non va al di là di quanto necessario per il raggiungimento degli obiettivi del presente trattato.

In conclusione la Comunità deve riuscire a svolgere un ruolo sociale affinché garantisca alcuni diritti imprescindibili dell’uomo. Pertanto, essendo l’Unione Europea un mix di elementi intergovernativi, il Diritto Comunitario deve prevalere sul Diritto Internazionale perché la tutela sociale del cittadino europeo rimanga il suo obiettivo principale.

Fonti articolo:

http://www.uniud.it/ricerca/finanziamenti/internazionali/struttura

https://www.senato.it/1025?sezione=131&articolo_numero_articolo=97

http://www.governo.it/Governo/Costituzione/COSTITUZIONEPRN.html

http://www.comune.castellanza.va.it/varie/static/protezionecivile/home/

http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_sussidiariet%C3%A0

Statuto speciale della Regione Siciliana

10003378_10201851408788803_2137740899_n

La Regione Siciliana è una regione a statuto speciale. L’Autonomia speciale è quella particolare forma di governo della Regione che fu concessa il 15 maggio 1946 alla Sicilia da re Umberto II di Savoia, disciplinata da uno Statuto speciale (art. 116 della Costituzione Italiana), che l’ha dotata di un’ampia autonomia politica, legislativa, amministrativa e finanziaria. Tale Statuto fu, successivamente, confermato con legge costituzionale 26 novembre 1948, n. 2.

Nell’aprile 1947 venne eletto il primo parlamento siciliano. La sua politica fu ispirata alla creazione di agevolazioni fiscali e all’elargizione di sussidi di ogni genere, per fare della Sicilia una sorta di zona franca che attirava capitali, attività produttive, vaste opere territoriali, in un quadro di sfrenato liberismo, con l’approvazione dello stato.

L’Autonomismo fu un modo per svuotare il separatismo, guidato dal Movimento Indipendentista Siciliano, che all’indomani dello sbarco alleato del luglio 1943 era uscito dalla clandestinità in cui era stato sotto il periodo fascista, chiedendo l’affrancamento della Sicilia dallo Stato Italiano. Svanì quasi subito invece l’idea che la Sicilia divenisse uno stato federato agli Stati Uniti d’America. Padri dell’Autonomia possono essere considerati i politici siciliani che lottarono per la concessione dell’Autonomia come Giuseppe Alessi, Giovanni Guarino Amella, Enrico La Loggia, Salvatore Aldisio.

Lo statuto speciale siciliano fu originato da un accordo di origine “pattizia” (assimilabile, secondo alcuni, ad un trattato fra due entità paritetiche) fra lo Stato Italiano e la Sicilia, rappresentata dalla Consulta per la Sicilia, in cui erano rappresentate le categorie, i partiti e i ceti produttivi dell’Isola, organo che materialmente formulò lo Statuto.

Alla regione siciliana lo statuto speciale riconosce un’autonomia assai più estesa di quella accordata non solo alle regioni a statuto ordinario, ma anche alle altre regioni a statuto speciale. Tale ampia autonomia, che determina frequenti contrasti e controversie, anche di carattere costituzionale, fra lo stato e la regione, viene giustificata con la forte pressione esercitata nell’immediato dopoguerra dall’opinione pubblica siciliana, nella quale non mancavano di affiorare tendenze nettamente separatiste, che oltrepassavano il concetto delle autonomie regionali, per approssimarsi a una forma federativa. Ciò, ovviamente, ha influito sulla formulazione delle norme statutarie.

La storia politica di sessant’anni di autonomia speciale in Sicilia, e dei suoi governi, ha vissuto momenti di vivacità, che hanno portato a definire la politica siciliana una sorta di “Laboratorio politico”, e altri più bui. Da alcuni anni l’autonomia siciliana è stata rilanciata con forza dall’attuale presidente Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l’Autonomia (MPA).

Il territorio della regione include, oltre alla Sicilia, le isole Eolie, Egadi, Pelagie, Ustica e Pantelleria; capoluogo della regione è Palermo. Gli organi della regione sono l’Assemblea Regionale, la Giunta Regionale e il Presidente della Regione.

L’Assemblea Regionale ha funzioni esclusivamente legislative ed è composta da 90 deputati (è da rilevare che tale qualifica è attribuita solo ai componenti dell’Assemblea Regionale Siciliana, mentre per le altre regioni il relativo statuto usa il termine di consiglieri), eletti nella regione a suffragio universale, segreto e con sistema proporzionale, secondo la legge emanata dalla stessa assemblea in base ai principi fissati dalla costituzione dello stato in materia di elezioni politiche. L’Assemblea regionale elegge nel suo seno il presidente, l’ufficio di presidenza e le commissioni permanenti. L’assemblea dura in carica 5 anni, ma può essere sciolta con provvedimento del governo dello stato per persistente violazione dello statuto, su proposta del commissario dello stato per la regione siciliana, previa deliberazione delle assemblee legislative dello stato.

Il presidente e i membri della giunta (8 assessori effettivi e 4 supplenti) sono nominati dall’Assemblea regionale e costituiscono il governo della regione, che assume nei confronti dell’Assemblea all’incirca la stessa posizione giuridica che ha il governo dello stato di fronte al parlamento. Anche questa qualificazione è esclusiva della regione siciliana, perché nello statuto delle altre regioni la giunta viene indicata semplicemente come organo esecutivo della regione. Il presidente regionale, oltre a essere capo del governo regionale e a rappresentare la regione, rappresenta in essa anche il governo dello stato, che può tuttavia inviare temporaneamente propri commissari per l’esplicazione di funzioni statali. Questa rappresentanza del governo dello stato, che non è attribuita agli altri presidenti regionali, si spiega con il fatto che la competenza amministrativa della regione siciliana si estende anche a materie che nelle altre regioni sarebbero di diretta amministrazione da parte dello stato, e per le quali, quindi, il commissario dello stato non ha quei poteri di coordinamento che gli spettano in tutte le altre regioni.

La posizione di maggior prestigio del presidente della regione siciliana, in raffronto agli altri presidenti regionali, è confermata anche dal diritto che gli è riconosciuto di partecipare con rango di ministro e con voto deliberativo al consiglio dei ministri dello stato, relativamente alle materie che interessano la regione siciliana, e dalla competenza ad esso attribuita di decidere i ricorsi amministrativi avanzati in via straordinaria contro atti amministrativi regionali, competenza che sul piano nazionale è riservata al presidente della repubblica; provvede inoltre al mantenimento dell’ordine pubblico per mezzo della polizia dello stato, la quale dipende disciplinarmente, per l’impiego e l’utilizzazione, dal governo regionale. Amplissime sono le funzioni legislative della regione siciliana e amplissime anche quelle amministrative.

Lo statuto prevede, infatti, che il governo regionale abbia funzioni esecutive e amministrative nelle materie di competenza propria della regione (cioè in quelle attribuite alla competenza legislativa regionale), ma svolga anche attività amministrativa in ogni altro campo, secondo le direttive del governo dello stato, salva la competenza degli enti locali minori. Ciò significa che in sostanza lo statuto regionale, ove si eccettuino talune materie riservate alla competenza esclusiva dello stato, ha attuato un vasto e profondo decentramento amministrativo a favore degli organi della regione, che assumono, quindi, la duplice fisionomia di organi regionali e di organi statali. La regione ha un proprio organo di consulenza giuridico-amministrativa, con funzioni analoghe al consiglio di stato, con cui è organicamente collegato: il consiglio di giustizia amministrativa per la regione siciliana. Il controllo degli atti della regione è esercitato da una sezione della corte dei conti con sede in Palermo. II consiglio di giustizia amministrativo per la regione siciliana è stato istituito con sede in Palermo, in attuazione dell’art. 23 dello statuto speciale della regione siciliana, come sezione decentrata del consiglio di stato, con D. Lgs. 6-V-1948, n. 634, modificato e integrato dal D. P. R. 5-IV-1978, n. 204.

Gli atti per i quali le leggi richiedono il parere del consiglio di stato, qualora siano emanati dall’amministrazione regionale, sono sottoposti al parere del consiglio di giustizia amministrativa: esprime anche il parere sui ricorsi straordinari decisi dal presidente della regione.

In sede giurisdizionale la posizione del consiglio di giustizia amministrativa è sensibilmente mutata per effetto dell’istituzione anche nella regione siciliana del tribunale regionale amministrativo. Secondo la legge istitutiva, il consiglio era giudice di primo grado nei riguardi degli atti e provvedimenti definitivi dell’amministrazione regionale e delle altre autorità amministrative aventi sede nel territorio della regione e giudice di appello sulle decisioni di primo grado delle giunte provinciali amministrative in sede giurisdizionale, comprese nel territorio della regione; avverso le decisioni del consiglio sulle impugnative di atti e provvedimenti delle autorità amministrative dello stato non pronunciate in grado di appello era ammesso ricorso all’ordinanza plenaria delle sezioni giurisdizionali del consiglio di stato.

Al suo fabbisogno finanziario la regione provvede mediante le entrate derivanti dai beni demaniali e patrimoniali della regione e mediante le entrate tributarie a essa spettanti. Ai sensi dell’art. 36 dello statuto speciale e del D. P. R. 26-VII-1965, n. 1074, che stabilisce le norme d’attuazione dello statuto stesso in materia finanziaria, spettano alla regione, oltre alle entrate tributarie da essa direttamente deliberate, tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo territorio, ad eccezione delle entrate derivanti dall’imposta di produzione, dal monopolio dei tabacchi, dal lotto e dalle lotterie a carattere nazionale. Alla regione è inoltre attribuita un’assegnazione annua a carico del bilancio dello stato, a titolo di solidarietà nazionale, da impiegarsi nell’esecuzione di lavori pubblici e tendente a bilanciare il minor ammontare dei redditi di lavoro nell’isola in confronto alla media nazionale. L’art. 15 dello statuto, in deroga all’art. 115 cost., dichiara soppresse nell’ambito della regione siciliana le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano, così che l’ordinamento degli enti locali si basa sulla regione stessa, sui comuni e sui liberi consorzi comunali e l’emanazione delle norme relative rientra nella competenza della regione, che vi ha provveduto con D.-L. P. Reg. 29-X-1955, n. 6.

Dunque, per quanto riguarda la materia fiscale, la totalità delle imposte riscosse in Sicilia dovrebbe rimanere, infatti, sul territorio e ogni anno lo Stato Italiano sarebbe tenuto a fornire un ammontare da stabilirsi, con piano quinquennale, di denaro pubblico proveniente dalle altre Regioni per finanziare la Sicilia, così come stabilito dall’art. 38 dello Statuto della Regione Siciliana, articolo, come quelli di tutta la parte economica-finanziaria, ancora oggi non applicato, tant’è che vi è un conflitto istituzionale perenne fra Stato e Regione Siciliana. L’Italia, ancora oggi, conferisce ogni anno solo un’anticipazione forfettaria, per cui la Regione Siciliana vanta da decenni crediti mai saldati dallo Stato.

• Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici.

• Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale.

• Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo.

Altro aspetto importante è contenuto nell’art. 37 dello Statuto della Regione Siciliana. Per le imprese industriali e commerciali, che hanno la sede centrale fuori del territorio della Regione, ma che in essa hanno stabilimenti ed impianti, nell’accertamento dei redditi viene determinata la quota del reddito da attribuire agli stabilimenti ed impianti medesimi. L’imposta, relativa a detta quota, compete alla Regione ed è riscossa dagli organi di riscossione della medesima. (Anche questo articolo non è stato sinora attuato ed inoltre le tasse dei siciliani confluiscono nella Tesoreria Unica Nazionale e solo una parte di esse viene poi ristornata alla Regione Siciliana. Vi è, quindi, ancora un conflitto costante per la parte finanziaria fra Stato e Regione per la mancata applicazione dello Statuto Siciliano dopo tanti decenni. Allo Stato attuale, alla Sicilia che produce 90% di tutto il petrolio italiano con i suoi pozzi e le sue raffinerie, non rimane nulla in quanto le Industrie petrolifere hanno sede legale a Milano e pur estraendo in Sicilia, pagano le tasse in Lombardia. Solo dal 2008, in base ad un recente accordo fra Regione Siciliana e Stato sta avendo attuazione questo articolo, e già le Raffinerie di Gela dell’ENI, hanno trasferito la sede in Sicilia.

Grazie allo Statuto autonomistico, la Regione Siciliana ha competenza esclusiva (cioè le leggi statali non hanno vigore nell’isola), su una serie di materie, tra cui beni culturali, agricoltura, pesca, enti locali, territorio, turismo, polizia forestale. Ogni modifica allo Statuto, trattandosi di legge costituzionale, è sottoposta alla cosiddetta procedura aggravata, cioè a una doppia approvazione, a maggioranza qualificata, da parte delle Camere.

Alcune prerogative statutarie non sono a oggi applicate, in quanto mancano le corrispondenti Norme di attuazione dello Statuto che devono essere emanate dalla Commissione paritetica Stato Regione.

Il consorzio di comuni è un ente consortile, e non ha carattere territoriale obbligatorio come l’ente provincia, traendo origine dalla spontanea volontà dei consorziati. Si deve però precisare che, stante l’inerzia dei comuni a farsi promotori della costituzione dei liberi consorzi, la regione con L. R. 6-III-1986, n. 9, ha ora istituito le nuove «province regionali» stabilendo un meccanismo di silenzio-assenso per cui la mancata proposta di costituzione del libero consorzio equivale a proposta di costituirsi in consorzio con i comuni ricadenti nell’ambito territoriale della disciolta provincia e con il medesimo capoluogo: il che ha portato alla conferma delle vecchie circoscrizioni provinciali per mancanza di iniziative in senso diverso dei comuni.

Fonti articolo:

http://www.irsap-agrigentum.it/statuto_regione_siciliana.htm

http://www.ilpost.it/2012/10/10/perche-ci-sono-regioni-a-statuto-speciale/

http://it.wikipedia.org/wiki/Autonomia_speciale

http://www.sicilyontour.com/storia_e_politica.htm

http://www.sicilyontour.com/storia_e_politica_2.htm

http://www.passionef1.it/forum/index.php?topic=1302.20;wap2

http://www.egm.it/it/sicilia

Contratti pubblici

E’ entrato in vigore il 1 Luglio del 2006.

Il possesso dei requisiti di partecipazione di natura economica e tecnica, negli appalti di forniture o servizzi è disclipplinato dagli Atr. 41 e Art. 42 del codice dei contratti pubblici.

La dimostrazione della capacità finanziaria ed economica delle imprese concorrenti può essere fornita mediante uno o più dei seguenti documenti:

1. Idonee dichiarazioni bancarie;
2. Bilanci o estratti dei bilanci dell’impresa;
3. Dichiarazione concernente il fatturato globbale di impresa dell’importo relativo ai servizzi o forniture nel settore oggetto della gara, realizzati negli ultimi tre esercizzi.

Le amministrazioni stabiliscono nel bando di gara i requisiti che devono essere posseduti dal concorrente.

Principio di proporzionalità

L’appaltante precisa nel bando di gara o nella lettera di invito quali documentie e requisiti devono essere presentati o dimostrati, a secondadella natura, della quantità o dell’importanza e dell’uso delle forniture o dei servizi.

Le informazioni richieste non possono accedere l’oggetto dell’appalto.

Asta pubblica

Consiste in un pubblico incanto aperto a tutti gli interessati i quali devono rispettare i requisiti fissati dal bando.
Si ha dunque un bando di gara detto anche avviso d’asta che viene rivolto a tutti gli interessati.

Discipplina della formazione del contraente

Un contratto di appalto stipulato da una amministrazaione pubblica si distingue da un’analogo contratto stipulato tra soggetti privati sia per la rilevanza giuridica assunta da emotivi che spingono la parte pubblica a contrarre sia per la modalità di scelta del contraente.

La liberta di scelta del contraente costituisce uno dei fondamentali pilastri dell’economia privata, dunque il contraente privato può scegliere discrezionalmente con chi contrarre.

La pubblica amministrazione invece e tenuta a scegliere il proprio contraente in esito ad una apposita procedura ad evidenza pubblica, finalizzata nell’individuazione del giusto contraente, cioè colui che offre le migliori garanzie al prezzo più conveniente per la corretta esecuzione dell’opera pubblica.

L’offerta migliore può essere selezionata con il criterio del prezzo più basso o con quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

Criterio del prezzo più basso

Prendere in considerazione solo la convenienza economica dell’offerta.

Criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa

L’offerta viene valutata non solo sulla base dell’elemento prezzo ma anche sulla base di altri elementi riguardanti i profili qualitativi della prestazione, e ciascuno di tali elementi è attribuito un punteggio.

E’ stata soppressa la norma che discipplina il poerer-dovere della commissione aggiudicatrice di fissare i criteri motivazionali ai quali attenersi nella attribuzione dei punteggi.