Informazioni su Mimmo

Mi chiamo Mimmo Mirabile nato a Canicattì il 26/01/1978 residente in Naro (Ag).
Sono laureato all’università degli studi di Palermo nella facoltà di Scienze Politiche.
Ho intrapreso questo indirizzo di studio perché mi piace il diritto e l’economia.
I miei interessi sono: l’informatica in particolar modo mi piace realizzazione siti web con i programmi WebSite X5 e WordPress, mi piace anche usare i programmi di fotografia digitale come Photoshop.
Poi altri argomenti che mi piacciono sono: la musica, l’ambiente, il sociale essendo stato un volontario della protezione civile.
Infine, mi considero una persona motivata e intraprendente.

Internet e il Web

La quasi totalità degli strumenti che noi possediamo sono di frutto del progresso tecnologico, la cui spinta più poderosa è iniziata nel mondo militare e dalla necessita di migliorare il livello tecnologico prestazionale e di sicurezza di armamenti e messi di comunicazione a scopo militare.

L’obiettivo che promossero la nascita dello sviluppo dell’informatica, come noi oggi la conosciamo, furo quindi tutt’altro che nobili.

Si trattava di colpire bersagli mobili di violare il codice e cosi via. Anche di collegare tra loro più computer in reti ridondanti tipo ragnatela, è stata concepita nella seconda metà degli anni 60° in ambito militare.

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Erano gli inizi della guerra fredda e l’esigenza era quella di mantenere sempre funzionanti le comunicazioni tra le varie basi militari americane anche in caso di massicci attacchi nemici.

Poi la tecnologia che venne per questo scopo sviluppata nei primi anni 80 fu regalata al mondo universitario. Nel 1990 prende corpo internet in una maniera simile in una maniera simile a quella che oggi conosciamo.

Nel 1991 Timberland inventò in WORD WIDE WEB, il web su cui tutti navighiamo.

Fino allora il computer erano delle macchine stand alone, cioè individuali nel migliore dei casi collegati in piccole reti locali aziendali. Molti sono stati gli eventi che hanno portato all’evoluzione successive della rete internet, oggi gran parte delle comunicazioni e telecomunicazioni e delle informazioni passano attraverso la rete internet, la tendenza e sempre più quella di dipendere dai computer e server remoti che occupano e distribuiscono dati e servizzi.

L’utilizzo di internet e ormai largamente diffuso e copre attività di ogni genere, dalle comunicazioni personali, all’informazione istituzionali, dagli acquisti tramite E-Commerce, alla consultazione di enciclopedie, alla gestine del conto bancario, alla stampa di certificati e lo spostamento sul web di tutte queste attività richieste’apprendimento di nuove conoscenze , la nascita di nuove competenze del tutto peculiare, non sono necessarie le competenze di prima.

Per meglio comprendere il funzionamento della rete internet e bene partire da una definizione dei tanti elementi coinvolti a livello di infrastrutture di servizi e di software.

Intanto e bene puntualizzare che le varie risorse sono ospitate su computer remoti di cui non importa la collocazione geografica, questi computer sono detti SRVER, ed eseguono un software tipicamente detto WEB SERVER in grado di accedere e accettare le richieste client, cioè il computer da dove ciascuno di noi naviga e di mettere quindi a disposizione di tutti gli utenti le risorse ospitate.

La rete internet non ha proprietari nel senso che è un insieme di computer e infrastrutture sparse per tutto il mondo e collegate secondo diverse modalità.

Solo piccole porzioni di questa rete appartengono ad una singola azienda o una singola persona, quindi affinché un utente privato possa collegarsi a questa rete e necessario che una compagnia di coniazioni gli fornisca sotto forma di cavi e apparecchiature.

Le aziende che forniscono questo servizio vengono denominate Internet Service Provider (ISP): fornitori del servizio internet.

Un esempio può essere la propria compagnia telefonica che fa passare anche i dati sul cavo originariamente destinato a trasferire la voce delle telecomunicazioni.

Per permettere il reperimento delle informazioni su una rete cosi vasta ed eterogenea è stato fissato stabilito un forte formato unico per ogni risorsa su internet.

Questo formato si chiama URL (Uniform Resorce Locator) Comunemente chiamato indirizzo che è composto da varie parti, questo indirizzo e in grado di comunicare al SOFTWARE come e dove collegarti per raggiungere la risorsa o impostazione a cui l’utente è interessato.

Il WORD WIDE WEB o tripla w (www) o anche soltanto web è uno dei servizi che internet offre ai propri utenti.

Anche se da molti viene identificato internet come quello che consente di navigare tra i contenuti della rete e di pubblicare pagine ed elementi multimediali.

Il web è basato sull’utilizzo di un linguaggio di marcatura chiamato Iper Marca Plug HTML.

Questo linguaggio Standard e quello che permette la creazione delle pagine web, attraverso la descrizione con opportuni marcatori del loro contenuto.

Una delle più grandi innovazioni riportati dal web e quella di contenere informazioni tra loro all’interno dei documenti, cioè sono inseriti i cosiddetti Hyperlink i collegamenti ipertestuali o semplicemente Link che tramite un’azione dell’utente, il click che l’utente effettua su di essi rimandano ad altri documenti in rete.

L’indirizzo web è formato da due parti principali precedute anche se non è sempre obbligatorio la tripla w e separate da un punto.

Per esempi www.sito.com, la prima parte dopo la tripla w è il nome vero e proprio del sito, mentre la seconda è una sigla, che può indicare una ragine grafica , oppure la tipologia di contenuto (per esempio it, sta per Italia, fr, sta per Francia, com, sta per contenuto commerciale, ecc.).

Lo strumento principale per muoversi dal web visualizzando tutte le pagine, interagendo con il loro contenuto è il BROWSER.

Esistono diversi Browser tra cuii diffusi sono: Internet Explorer, Google Chrome, Mozilla Firefox, Opera, Safari.

Sicurezza Digitale

Protezione dei dati personali

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Le firme elettroniche sono utilizzate nel nostro Paese sin del 1999 e trovano ampia diffusione nei rapporti tra PA e soggetti privati.

Il quadro formativo della firma digitale trova la sua base giuridica nel D. Lgs. del 7 marzo 2005, n. 82.

Il codice dell’amministrazione digitale (CAD) è stato innovato in materie diverse volte.

Prevede delle regole attuative contenute nel DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) del 22 febbraio 2013.

Esiste invece una deliberazione del CNIPA (Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione), oggi agenzia dell’Italia digitale, che contiene le regole tecniche.

Quindi quegli elementi strettamente tecnici necessari a coloro che sviluppano programmi e prodotti per generare firme elettroniche in maniera conforme alla normativa vigente.

La circolare n. 52 del 15 febbraio 2007 contiene le modalità con cui l’attuale agenzia per l’Itala digitale espleta l’attività di vigilanza sui certificati.

I certificati sono i soggetti pubblici o privati autorizzati dall’agenzia dell’Italia digitale.

Da un punto di vista europeo e attualmente vigente la direttiva 93 del 1999 che tratta appunto quella che in Italia chiamano firma digitale, direttiva che a breve sarà sostituita con regolamento dal Parlamento del Consiglio, il regolamento 238.

Inoltre vi è la decisione della commissione europea 767 del 2009 a 130 del 2011, sono due provvedimenti fondamentali che hanno consentito l’interrogabilità della firma digitale, dove per termini di interrogabilità intendiamo libero scambio di documenti informatici sottoscritti con firma digitale avendo la possibilità di verificare la validità della stessa.

La direttiva europea del 2006 la n. 123 obbliga le PA nell’ambito delle procurement ad accettare documenti e partecipazione a bandi di gara e altri sottoscritti con firma digitale rilasciata dai certificati autorizzati nei vari stati membri.

Il quadro normativo: il codice dell’amministrazione digitale individua una prima fattispecie, la firma elettronica.

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La firma elettronica è un oggetto valutabile al giudizio del giudice.

Quindi non ha alcuna validità probatoria semmai ha validità probante cioè può essere portata in tribunale e il giudice dovrà formarsi di volta in volta il suo libero convincimento sulla base dell’art. 20 del codice dell’amministrazione digitale e stabilire il valore probatorio di questo oggetto.

All’interno dell’insieme di firme elettroniche troviamo la firma elettronica avanzata.

La firma elettronica avanzata viene introdotta da un punto di vista tecnologico con le regole tecniche del 22 febbraio del 2013 e ha la particolarità di soddisfate il requisito della forma scritta, sebbene in quando tale non soddisfi il requisito della forma scritta quindi gli atti in particolare previsti dall’art. 13 del 50 del codice civile nei punti 1 a 12.

L’oggetto della firma elettronica avanzata contiene il controllo esclusivo del controllo di firma.

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Quindi il presunto sottoscrittore deve poter controllare in chiara certa e inequivocabile lo strumento per generare questa firma elettronica.

Inoltre deve poter garantire l’autenticità e l’integrità del testo.

L’autenticità implica la possibilità di ricondurre tale firma a tale persona fisica in maniera certa.

L’integrità del testo del testo vuol dire la possibilità di evidenziare qualunque modifica sia stata apportata dal documento informatico dopo la posizione della firma elettronica avanzata.

Il codice dell’amministrazione digitale stabilisce anche che la firma elettronica avanzata soddisfi i requisiti oltre che la forma scritta, ma abbiamo gli effetti previsti dall’art. 27 02 del codice civile, rubricato scrittura privata.

Quindi è una firma elettronica avanzata, fatta eccezione per gli atti di natura immobiliare, è possibile sottoscrivere un contratto con piena validità legale sostituendo a pieno la firma autografa.

Nell’ambito della firma elettronica avanzata il legislatore induce due tipologie di firme all’interno del CAD (codice dell’amministrazione digitale), quella che viene chiamata firma digitale e firma qualificata.

Tutte e due sono basate sul certificato qualificativo.

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Il certificato è un documento informatico che consente appunto di garantire l’autenticità, cioè correlare i dati anagrafici del presunto sottoscrittore alla sottoscrizione medesima.

Il certificato qualificativo inoltre soddisfa i requisiti previsti attualmente dalla direttiva europea citata dalla direttiva 93 del 1999.

Ecco quindi che può essere riconosciuto come documento informatico anche all’estero. Soddisfa come la firma elettronica avanzata il requisito della forma scritta.

La firma digitale e la firma qualificata possono essere anche utilizzate per gli atti previsti da 1 a 12 dall’art. 13 50 del codice civile, quindi potenzialmente possono utilizzare la firma digitale e firma qualificata per una compravendita immobiliare per esempio nel CAD la firma digitale si differenzia dalla firma qualificata per la previsione diretta del legislatore della presenza delle chiavi di crittografia simmetrica, le chiavi pubbliche private.

Nel contempo però poiché anche la firma qualificata è basata su un certificato qualificato anche quest’ultima fattispecie della firma qualificata deve utilizzare necessariamente la crittografia asimmetrica.

Ecco quindi che vediamo in realtà le due fattispecie non sono tali, firma digitale e firma qualificata collidono assieme alle regole tecniche in un’unica tipologia di firma.

Quindi possiamo affermare con tutta tranquillità che li dove e presta la firma digitale può essere sostituita a quella che può essere chiamata firma qualificata e viceversa.

Entrambe queste tipologie di firme sono basate su un certificato qualificato che soddisfa il requisito della forma scritta, producono gli effetti dell’art. 27 02 del codice civile, sono basate da un punto di vista tecnologico sull’utilizzo della crittografia asimmetrica e l’utilizzo di un dispositivo sicuro per la creazione della firma.

L’interrogabilità nazionale ed europea, la certezza probatoria, il legislatore da sempre sin dal 1999 ha disegnato la firma digitale.

Allora si parla solo di firma digitale in modo tale che fosse uno strumento che garantisse l’interrogabilità dei documenti sottoscritti con firma digitale per l’appunto dove l’interrogabilità significa raggiungere la possibilità di scambiarsi i documenti sottoscritti con firma digitale avendo ovviamente la possibilità di validare le firme stesse.

In capo alla firma digitale e qualificata vi è l’intenzione dell’onere della prova. è l’art. 21 comma 2 secondo periodo del codice dell’amministrazione digitale che prescrive l’utilizzo del dispositivo di firma elettronica qualificata o digitale e si presume riconducibile al titolare salvo se questi dia prova contraria.

Ecco quindi rispetto ad una firma autografa la firma digitale è da un punto di vista probatorio può sceglie in quando vige per l’appunto questa inversione dell’onere della propria mentre per una firma autografa il presunto sottoscrittore ha la possibilità di disconoscere e quindi sarà onere della contro parte richiedere un’istanza di verificazione e dimostrare la paternità di quella firma autografa, mentre con la firma digitale è il contrario: sono io presunto sottoscrittore a dover dimostrare in tribunale ai fini in cui viene disconosciuta questa mia firma che altri hanno avuto possibilità di generarla, però non dobbiamo dimenticare ciò è molto complesso proprio perché la firma digitale di basa sull’utilizzo di dispositivi sicuri per le operazioni della firma che sono dispositivi valutati da un punto di vista di sicurezza e certificati a che garantiscono che nessuno possa riuscire ad utilizzare quei dispositivi se non conosce quelle quantità di sicurezza: codici, chiavi e tutto ciò che è necessario ad utilizzare gli stessi.

Firma elettronica avanzata: il legislatore nel corso della fine del 2012/13 si è posto il problema di allargare l’uso della firma elettronica con valore probatorio, cioè gli effetti dell’art. 27 n.02, ad una platea più ampia.

Effettivamente la firma digitale è basata su un dispositivo sicuro per la creazione della firma, quindi è necessario dotarsene prima di poterlo utilizzare.

La firma elettronica avanzata invece non richiede un rilascio preventivo.

Potremo trovare dei sistemi e delle soluzioni di firma elettronica avanzata disponibili a sportello in ambiente della PA, in ambito bancario, ospedaliero e cosi via.

Ecco quindi che il legislatore inquadrato la firma elettronica avanzata si è basato sui seguenti principi:

  • una totale libertà imperativa;
  • nessuno schema autorizzato;
  • nessuna vigilanza da parte di organismi terzi;
  • piena libertà tecnica;
  • certificazioni di sicurezza facoltative;
  • barriere di ingresso molto ragionevoli.

Ricordiamo che per essere certificatori di firma digitale è necessario possedere 6.000.000 € di capitale sociale.

Per fornire soluzioni di firma elettronica avanzate molto innovative e ne nasceranno di nuove e continuamente proprio per l’assenza di vincoli tecnologici di autorizzazioni preventivi di vigilanze da parte di un organismo pubblico, ma avremo anche la mancata inderrogabilità, cioè la firma elettronica avanzata che mi rende disponibile allo sportello di un ospedale a pari non potrà essere verificata da una stessa struttura ospedaliera che sta in altra città a meno che non utilizzi la stessa soluzione.

Il valore di una firma elettronica avanzata può essere messo in dubbio più semplicemente rispetto a quanto si debba fare per la firma digitale dove abbiamo detto, vige l’inversione dell’onere della prova.

Per disconoscere una firma elettronica avanzata si farà un disconoscimento rituale ai sensi dell’art. 214 del codice di procedura civile.

I dispositivi per la firma digitale e qualificata sono SMART card, touche USB, che vengono utilizzati con dei PIN (codici segreti), oppure possiamo avere la cosiddetta firma remota, cioè il sottoscrittore non possiede fisicamente lo strumento che genera la firma, ma la sua firma viene generata da un dispositivo particolare ad altre prestazioni di sicurezza denominato HSM (hardware security mobile), tenuto particolare protetto da parte del certificatore accreditato che gli rende disponibile questo strumento di firma digitale e utilizzato dal sottoscrittore generalmente attraverso di user-id + PIN e uno strumento che possiede che potrebbe essere una chiavetta, un telefono cellulare, anche di vecchia generazione, sul quale viene inviato un SMS nella quale viene inviata una wounded password da utilizzare per la generazione della firma.

Questa soluzione di firma remota oggi trovano spazio con apposite APP anche in ambiente mobile e sono per l’appunto molto apprezzate proprio perché non richiedono non solo di portarsi dietro lo strumento di firma ma non rendono necessaria l’istallazione di particolari SOFTWARE a bordo di un personal computer per poter generare la firma.

L’ambito di utilizzo di questi strumenti di firma remota sono sicuramente la sottoscrizione di flussi documentari, l’archiviazione documentale e la fatturazione elettronica, l’ambito sanitari, bancario, quindi tutti quanti quei flussi documentari o massivi o diretti a un numero molto elevato di utenti.

Pensiamo all’ambito bancario o sanitario dove l’utente deve sottoscrivere il consenso della privacy in consenso informato e devo trovare presso gli sportelli ospedalieri uno strumento di firma elettronico avanzato che consente di de materializzare l’intero flusso, non solo la materia chimica ma anche quegli strumenti che generalmente ancora oggi in diversi ambiti trovano applicazione su documenti cartacei.

E’ infine la firma remota intesa in maniera stretta è la possibilità del cittadino di sottoscrivere qualunque documento di suo interesse per l’appunto senza dover utilizzare una applicazione istallata su un personal computer.

Cosa prevede la legge.

La legge prevede che l’art. 21 rubricato in documento informatico sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale formata ne rispetto delle regole tecniche, quindi nel DPCM del febbraio 2013, attualmente ha l’efficacia prevista per l’appunto dell’art. 2702 del codice civile.

Avviare il computer

  1. Introduzione

Quando si accende il computer, inizia una fase chiamata di BOOT, nella quale il sistema operativo viene caricato in memoria.

Al termine di questa fase, generalmente, il sistema operativo richiede di digitare un nome utente e una password, ma è possibile cambiare le impostazioni, in modo che vengano richiesti.

Dopo aver effettuato l’accesso, sullo schermo apparirà l’interfaccia grafica chiamata scrivania o desktop.

Sulla scrivania o desktop si trovano varie icone, piccole immagini che frugano da collegamento con i file.

Su un lato della scrivania vi è la delle applicazioni.

  1. Arrestare il sistema

Per lo spegnimento della macchina è necessario la procedura predefinita.

Si deve selezionare STAR, impostazioni e poi fare click su arresta sistema.

  1. Riavviare sistema

Premere il tasto START aprire il menù e selezionare riavvia il sistema.

  1. Verifica delle caratteristiche di base del computer

Per verificare le impostazioni di base del sistema operativo dell’hardware, fare click su START e selezionare il comando impostazioni.

Selezionare la voce pannello di controllo.

Verrà visualizzata la finestra pannello di controllo in cui verranno mostrate le icone corrispondenti alle componenti Hardware e Software del sistema operativo.

Facendo doppio click con il mouse sull’icona SISTEMA si aprirà una finestra organizzata in schede.

La scheda generale descrive le informazioni di base del computer quale tipo di sistema operativo, intestatario licenza d’uso, il tipo di processore, la qualità di memoria RAM disponibile.

  1. Gestione attività e processi

In caso di blocco di un’applicazione, si termina la sola applicazione.

Per sbloccare premere simultaneamente i tasti CTRL+ALT+CANC per far apparire una schermata nella quale selezionare GESTIONE ATTIVITA’

Contiene l’elenco delle applicazioni in esecuzione, una volta selezionata l’applicazione bloccata, premere il pulsante TERMINA ATTIVITA’.

  1. Cattura schermata

La cattura della schermata in Windows si ha premendo contemporaneamente i tasti MAIUSC + STAMP o soltanto STAMP o con la pressione dei tasti CTRL+V.

  1. Tasto destro e sinistro del mouse

Il mouse presenta 2 tasti:

  • Sinistro;
  • Destro.

Questi due tasti hanno funzioni divise.

Con il tasto sinistro si effettuano tutte le operazioni più comuni, come click e doppio click, la selezione e il trascinamento.

Con il tasto sinistro si un menù contestuale, che cambia a seconda della posizione del puntatore nel momento in cui si fa click.

  1. Operazione sui file con tasto destro

Facendo click su un file con il tasto destro si accede ad un menù contenenti le azioni più comuni: APRI; TAGLIA; INCOLLA; RINOMINA; ecc..

  1. Comandi “Invia A”

Permette di inviare una copia del file a varie destinazioni cartelle, penne USB, CD-ROM, ecc..

Il brevetto

Il brevetto può essere definito come l’attestato amministrativo con il quale si attribuisce all’inventore l’uso esclusivo del risultati di una nuova invenzione.

Oggetto del brevetto sono soltanto le invenzioni tecnologiche; restano scoperte, perciò, le innovazioni di tipo commerciale.

A ben vedere, infatti, alla base del brevetto c’è una logica di rivelazione, di trasparenza della struttura dell’invenzione: la descrizione dettagliata dell’invenzione, allegata alla domanda di rilascio del brevetto, consente, alla scadenza del termine fissato dalla legge, la sua acquisizione stabile al patrimonio collettivo.

Quanto alle varie tipologie di invenzioni possiamo distinguere fra:

  • invenzioni di prodotto e invenzioni di procedimento;
  • invenzioni derivate da altre precedenti invenzioni:
    • invenzioni di perfezionamento;
    • invenzioni di combinazione;
    • Invenzioni di traslazione.

Quest’ultimo è nullo:

  • se l’invenzione manca del carattere della novità o industrialità;
  • se la descrizione allegata alla domanda non comprende tutte le indicazioni necessarie a persona esperta per mettere in pratica l’invenzione;
  • se l’oggetto del brevetto si estende oltre il contenuto della domanda;
  • se il titolare del brevetto non aveva diritto di ottenerlo e l’inventore non abbia fatto valere i suoi diritti.

Il giudizio di nullità

La concessione del brevetto non pregiudica l’esercizio delle azioni giudiziarie circa la validità del brevetto; essa serve solo a spostare l’onere della prova della mancanza dei requisiti per la brevettabilità dell’invenzione a carico di chi intende impugnarne la validità.

La titolarità dei diritti nascenti dall’invenzione

Il diritto di rilascio del brevetto spetta a chiunque abbia posto in essere l’attività inventiva che ha dato luogo alla nuova invenzione.

Qui si prevedono due ipotesi:

  • quella in cui la procedura di brevettazione si sia già conclusa con il rilascio del brevetto a favore del non avente diritto. In tal caso il vero titolare potrà:
    • far valere la nullità del brevetto rilasciato al non avente diritto;
    • rivendicare il brevetto;
  • quella in cui la procedura di brevettazione sia ancora pendente.

L’esclusività attribuita dal brevetto al suo titolare, così come risulta dall’art. 1bis della L.brev. concerne:

  • la realizzazione del prodotto o del procedimento;
  • la sua utilizzazione;
  • la sua commerciabilità;
  • il divieto di importare lo stesso prodotto o il prodotto frutto del procedimento brevettato.

Il contenuto del brevetto ed i suoi limiti

Il diritto di esclusiva sull’invenzione attributo dal brevetto ha una durata limitata a venti anni (salvi i termini diversi previsti dalle normative brevettali speciali) a decorrere dalla data di deposito della domanda di brevetto.

L’onere di provare la contraffazione incombe sul titolare del brevetto.

Per evitare che la possibile lunghezza del giudizio di contraffazione torni a danno del titolare del brevetto.

La durata della licenza è fissata dalle parti e coincide solitamente con la durata del brevetto.

  • legittima il rilascio della licenza obbligatoria qualora, per cause dipendenti dalla volontà del titolare del brevetto, l’attuazione dell’invenzione, per oltre un triennio, manchi o risulti insufficiente ai bisogni del paese;
  • invenzioni dipendenti: il diritto ad ottenere la licenza obbligatoria sussiste, però, solo quando la seconda invenzione costituisce, rispetto alla precedente, un importante progresso tecnico di rilevanza economica.

La legge prevede inoltre una generale possibilità di espropriazione del brevetto nell’interesse della difesa militare del Paese o per altre ragioni di pubblica utilità.

Il preutente, infatti, non vanta un diritto di esclusiva nei confronti del successivo registrante, né può agire con l’azione di contraffazione, ma è semplicemente immune dall’azione di contraffazione del titolare del brevetto.

Rilevano, a tal proposito, il criterio della scindibilità tra valore artistico e carattere industriale e il criterio della sufficienza del valore artistico della forma.

Il brevetto per modello ornamentale ha efficacia per quindici anni.

Il marchio

Il marchio è senza dubbio il più importante segno distintivo, inteso come “il segno che si appone sul prodotto e ne costituisce la marca”. Come segno distintivo, il marchio deve consistere in un’entità esterna al prodotto o al suo involucro, che si aggiunge al prodotto per indicare la provenienza, ma da esso separabile senza snaturarlo. Esso possiede tre funzioni: funzione distintiva, di indicazione di provenienza, attrattiva.

Il marchio di forma
Il marchio può essere costituito anche dalla forma del prodotto o dalla confezione dello stesso ad esclusione delle forme: necessarie, quelle cioè imposte dalla natura stessa del prodotto; funzionali, necessarie per ottenere un risultato tecnico; ornamentali, che danno un valore sostanziale al prodotto.

I requisiti di validità del marchio
Per poter costituire oggetto di tutela, il marchio deve presentare determinati requisiti di validità che sono: la capacità distintiva, la novità, la liceità e la verità.

L’assenza del requisito della novità del marchio è suscettibile di una sanatoria definita convalida del marchio.  Tuttavia la convalida non consente al titolare del marchio convalidato di opporsi all’uso del marchio anteriore.

La tutela del diritto

Il diritto d’uso esclusivo del marchio si sostanzia nella possibilità, riconosciuta al titolare, di vietare a terzi, salvo il proprio consenso, determinati comportamenti. Questo è il principio della relatività o specialità della tutela del marchio.

Il contenuto del diritto di esclusiva

Il diritto di esclusiva, derivante dalla registrazione del marchio, riguarda:

  • l’immissione dei prodotti recanti il marchio;
  • l’offerta in commercio o la detenzione a fini commerciali dei prodotti contraddistinti dal segno;
  • l’importazione o l’esportazione dei prodotti stessi;
  • l’utilizzazione del segno nella pubblicità.

Da ciò si deduce che il legislatore vieta soltanto l’uso del marchio altrui in funzione distintiva.

L’onere di provare la contraffazione incombe sul titolare del marchio.

La circolazione del marchio

La cessione del marchio

Si ha cessione del marchio quando il titolare del marchio si spoglia definitivamente di tale titolarità a favore di un altro soggetto.

La legge ha affermato il principio della libera cedibilità del marchio – non più connessa quindi ad altri elementi aziendali – e riconosciuto la legittimità della cessione parziale – ovvero la cessione del marchio solo per una parte dei prodotti per i quali è registrato.

La licenza di marchio

Il marchio, oltre che ceduto, può essere concesso in licenza.

L’estinzione del marchio

L’estinzione del marchio si realizza con:

  • la scadenza del termine decennale di efficacia della registrazione;
  • la rinuncia del titolare;
  • la dichiarazione di nullità del marchio;
  • il verificarsi di determinate cause di decadenza.
La nullità del marchio

Il marchio registrato può essere dichiarato nullo dal giudice ordinario qualora manchi dei suoi presupposti e dei requisiti di validità.

Va ricordato, infine, che la riforma del 1992 ha espressamente previsto, all’art. 47ter, la nullità parziale del marchio, che ricorre quando il motivo di nullità colpisce solo una parte dei prodotti o servizi per i quali il marchio è stato registrato.

La decadenza del marchio

La decadenza è la cessazione anticipata del diritto di marchio rispetto al termine di scadenza previsto dalla legge.

L’onere della prova incombe su chi impugna la validità del marchio registrato.

L’invalidità del marchio, di regola, si traduce nell’impossibilità per il titolare di pretenderne l’uso esclusivo.

I titolari dei marchi collettivi devono anche, pena la decadenza stessa del marchio, monitorare l’attività dei produttori per verificarne il rispetto dei regolamenti.

Le scritture contabili

I soggetti impegnati alla tenuta delle scritture contabili sono, oltre che l’imprenditore commerciale singolo, anche le società, qualunque sia l’attività esercitata, e gli enti pubblici che svolgono attività commerciale non in via principale.

Il legislatore italiano ha adottato un sistema misto, stabilendo che, accanto all’obbligo di tenuta di scritture nominativamente individuate, e delle quali viene descritta normativamente anche la funzione (libro giornale e libro degli inventari), l’imprenditore debba necessariamente tenere le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa. Il minimo indispensabile è dunque costituito dal libro giornale, dal libro degli inventari e dalla conservazione della corrispondenza.

In particolare:

  • nel libro giornale le operazioni relative all’esercizio dell’impresa devono essere annotate secondo l’ordine cronologico in cui sono compiute, con l’osservazione altresì del c.d. criterio dell’immediatezza (ogni “affare” deve cioè essere annotato appena compiuto);
  • nel libro degli inventari devono essere indicate e valutate le attività e le passività relative all’impresa, nonché le attività e le passività dell’imprenditore estranee alla medesima;
  • l’imprenditore deve conservare ordinatamente per ciascuna affare gli originali delle lettere, dei telegrammi e delle fatture ricevute, nonché le copie delle lettere, dei telegrammi e delle fatture spedite.

Per ciò che riguarda il “nucleo mobile” delle scritture contabili, la scienza aziendalistica non ha mancato di individuare i libri resi necessari sia dalle dimensioni dell’azienda sia dal ramo merceologico in cui l’impresa opera (libro mastro, che segue l’ordine sistematico, il libro magazzino). Il sistema normativo è completato dalle disposizioni relative alle modalità di tenuta delle scritture contabili, la cui osservanza è indispensabile perché le scritture siano considerate regolari. Regolarità che costituisce presupposto indispensabile sia perché l’imprenditore possa invocare come prova a suo favore le registrazioni, sia per essere ammessi, in caso di dissesto, al beneficio del concordato preventivo o dell’amministrazione controllata.

I principali punti sono:

  • il libro giornale e il libro degli inventari devono essere progressivamente numerati in ogni pagina e bollati in ogni foglio dall’ufficio del registro delle imprese o da un notaio;
  • tutte le scritture contabili devono essere tenute secondo le norme di un’ordinata contabilità, senza spazi in bianco, senza interlinee e senza abrasioni;
  • la contabilità deve essere conservata per dieci anni.
  • I mezzi processuali di acquisizione delle scritture sono:
  • l’esibizione, che può avere ad oggetto solo determinate registrazioni e viene ordinata dal giudice anche su istanza di parte;
  • la comunicazione, la quale concerne l’integrale contabilità dell’imprenditore, ed è ammessa, sempre su ordine del giudice, solo in caso di controversie relative allo scioglimento della società, alla comunione dei beni e alla successione per causa di morte.

L’imprenditore e i suoi ausiliari

All’attività imprenditoriale partecipano diversi soggetti. Questa collaborazione si attua mediante la prestazione di opera sia da parte di persone estranee all’organizzazione (cioè gli ausiliari autonomi), sia da parte di persone che agiscono nell’ambito dell’impresa e che si pongono, rispetto all’imprenditore, in posizione di subordinazione (quindi gli ausiliari subordinati).

L’institore

L’institore è la persona preposta dal titolare all’esercizio di un’impresa commerciale, o di una sede secondaria o di un ramo particolare dell’impresa. La rappresentanza institoria è per sua natura generale.La procura è la via principale per il conferimento dei poteri institori.

L’orientamento consolidato della Cassazione è ormai nel senso che il fondamento della rappresentanza sta nel fatto stesso della preposizione.

Tra i poteri dell’institore vi sono:

  • la rappresentanza dell’imprenditore;
  • la corresponsabilità con l’imprenditore per l’osservanza delle disposizioni riguardanti l’iscrizione nel Registro delle imprese e la tenuta delle scritture contabili;
  • la c.d. contemplatio domini, in virtù della quale l’institore che omette di fare conoscere che tratta per il proponente risponde personalmente.

Si noti infine che l’institore:

  • non può nominare altri institori, in quanto i suoi poteri si estendono alla sola gestione dell’attività cui è preposto;
  • non può essere preposto ad una piccola impresa.

I procuratori

Sono procuratori coloro i quali, in base ad un rapporto continuativo, possono compiere per l’imprenditore gli atti pertinenti all’esercizio dell’impresa, pur non essendovi preposti. La materia dei procuratori è regolata dall’art. 2209. Egli – al pari dell’institore – è un rappresentante generale dell’imprenditore a questi legato da un rapporto di lavoro subordinato.

I commessi

I commessi sono coloro che esercitano attività subordinata di concetto o di ordine, estranea però a funzioni direttive.

 Essi possono essere:

  • preposti alla vendita nei locali dell’impresa (commessi di negozio);
  • incaricati della vendita da piazza a piazza (commessi viaggiatori);

I loro poteri rappresentativi sono strettamente collegati alle mansioni svolte potendo compiere solo gli atti che ordinariamente comporta la specie delle operazioni di cui sono incaricati.

Definizione di azienda

Un’azienda, è un’organizzazione di persone e mezzi finalizzata alla soddisfazione di bisogni umani attraverso la produzione, la distribuzione o il consumo di beni economici e servizi verso clienti. Il soggetto che conduce l’attività economica è anche detto esercente. La parola italiana “azienda” è derivata dal termine spagnolo h azienda, poi divenuto hacienda, (dal latino facienda; “cosa da farsi, faccende”).

Le aziende possono essere classificate secondo vari criteri, come, ad esempio:

  • in relazione all’attività economica;
  • in relazione al fine;
  • in relazione al soggetto economico (imprenditore);
  • in relazione al soggetto giuridico (dipendente);
  • in relazione alla dimensione.

Esistono tre categorie:

  • di erogazione: fanno parte di questa categoria tutte le aziende come la famiglia, le associazioni private e parte della pubblica amministrazione, che erogano e consumano beni e servizi;
  • di produzione: comprende tutte le aziende che acquisiscono e producono beni e servizi (per definizione, si tratta delle imprese)
  • composte pubbliche: raggruppa gli appartenenti alle precedenti due classi, come ad esempio lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune, la Azienda sanitaria locale.

Se per fine si intende la creazione, l’accrescimento e la distribuzione di valore, allora è possibile delineare cinque diverse tipologie di azienda:

  1. familiare: persegue il suo scopo tramite valori non economici (come l’assistenza reciproca, i sentimenti, ecc.) ed economici (consumi, investimenti e risparmio). Tipicamente è un’azienda di consumo in cui il risparmio è formato dalla differenza tra redditi di lavoro e capitale da una parte, e consumi e investimenti dall’altra; se leuscite superano gli introiti si accede al finanziamento di terzo. Non va confusa con l’impresa familiare, cioè l’istituzione economica che impiega membri della stessa famiglia e che è volta a produrre reddito.
  2. pubblica: si occupa in primo luogo di soddisfare i bisogni pubblici, inoltre crea, accresce e distribuisce valore non solo in relazione alla collettività; ma coinvolgendo anche altri soggetti (stakeholders) quali fornitori, dirigenti, dipendenti pubblici, clienti, concorrenti, ecc. In Italia, recentemente, si è assistito alla privatizzazione di molte aziende pubbliche (tra le altre: Telecom Italia, INA Assitalia, Comit, Credito Italiano e Alitalia).
  3. di produzione (o impresa): ha come fine diretto (principale) la produzione e distribuzione di ricchezza e come fine indiretto (secondario) il soddisfacimento dei bisogni umani. Si chiamano imprese perché operano in un’economia di mercato e sono soggette al rischio del capitale investito. A seconda del settore in cui operano, possono essere ulteriormente classificate in: del primario (agricole, minerarie), del secondario (industriali, edili), del terziario (commerciali, mercantili, bancarie, assicurative, di servizi), del terziario avanzato (informatiche, di consulenza).
  4. no profit: si tratta daziende che non hanno fini di lucro soggettivo, nel senso che, pur potendo realizzare dei risultati economici e finanziari positivi, questi non vengono distribuiti al soggetto economico. È tuttavia lecito che svolgano una qualche attività commerciale inerente all’oggetto sociale purché essa sia solo marginale o rientri all’interno di finalità di utilità sociale. Un discorso particolare vale per le ONLUS (Organizzazioni Non Lucrative di Utilità Sociale). Si tratta di una qualifica ai fini delle imposte – ovvero che incide sulle modalità di pagamento delle imposte che possono assumere le aziende non profit che operano in uno dei seguenti settori: assistenza sociale e socio sanitaria, beneficenza, istruzione, formazione, sport dilettantistico, tutela e promozione dei beni storici e artistici, tutela dell’ambiente, promozione culturale ed artistica, tutela dei diritti civili, ricerca scientifica. Tali società devono essere iscritte all’anagrafe delle ONLUS, presso la Direzione Regionale delle Imprese per avere diritto a particolari vantaggi fiscali (non sono soggette a tassazione).
  5. mutualistiche: comprendono cooperative, società di mutua assicurazione e consorzi di cooperative. La cooperative hanno uno scopo principalmente mutualistico che consiste nel fornire beni o servizi o lavoro direttamente ai soci, in modo più vantaggioso rispetto alle condizioni del mercato. Lo scopo mutualistico assicura la limitata distribuzione degli utili tra i soci e la devoluzione a scopi di utilità pubblica del patrimonio sociale, in caso dello scioglimento della società. Oltre ai soci ordinari è possibile che ci siano dei soci sovventori che investono nella cooperativa al fine di ottenere un interesse sul capitale investito. Le attività che possono essere svolte in forma cooperativistica comprendono: consumo, produzione, lavoro agricolo, edilizia, trasporti, pesca, economia sociale. Le società di mutua assicurazione sono cooperative che si occupano di attività assicurativa (ramo vita e ramo danni), sono a responsabilità limitata e il capitale sociale è costituito dai contributi versati dai soci, che servono anche come premi assicurativi.

Quale che sia la “veste” e il “fine” specifico di ogni categoria di azienda, qualora assuma contenuto imprenditoriale si ritiene che comunque non possa prescindere dall’affrontare positivamente il tema della responsabilità sociale d’impresa.

Fonti del diritto commerciale

Si definisce diritto commerciale quella branca del diritto privato che comprende varie ed articolate materie legate agli aspetti giuridicamente rilevanti delle attività economiche. Più in particolare, regola ed ha per oggetto i contratti conclusi tra operatori economici e tra essi ed i loro clienti privati, nonché gli atti e le attività delle società. Comprende quindi anche il diritto privato delle società. Fondatore del diritto commerciale è considerato il giurista cinquecentesco anconitano Benvenuto Stracca, che nel 1553 pubblicò il De mercatura seu mercatore tractatus, con il quale per la prima volta il diritto commerciale venne considerato come un complesso di norme distinto sia dal diritto civile sia da quello canonico.

Nel corso del Medioevo, infatti, l’intensa attività commerciale che si era sviluppata nelle città italiane aveva creato la necessità di formare una specifica regolamentazione. Le prime norme che disciplinarono il commercio erano di tipo consuetudinario; vennero su questa base allora istituiti: il registro dei commercianti, le varie specie di società, la cambiale, gli affari di banca, le assicurazioni, il cambio marittimo, l’avaria, il fallimento. Nella creazione di tutte queste istituzioni le repubbliche marinare e le altre città commerciali italiane ebbero dunque un ruolo fondamentale.

Benvenuto Stracca sistemò tutto ciò, elaborando una sistemazione organica ed autonoma delle norme del diritto commerciale e, pur essendo un ammiratore del diritto romano, ritenne spesso necessario preferirgli le consuetudini moderne, più rispondenti alle nuove necessità. Si può anzi dire che, in base al pensiero dello Stracca, il diritto commerciale deve sempre rispondere alle mutevoli esigenze delle società. In Italia, le sue fonti sono contenute nel codice civile o in leggi speciali. Ciò si differenzia da quanto accade in diversi altri ordinamenti giuridici, che dispongono di un vero e proprio Codice di Commercio (o Codice delle Obbligazioni, Svizzera), speciale rispetto al codice civile e dedicato espressamente alla materia commercialistica. Anche in Italia, fino al 1942- anno in cui venne promulgato il Codice civile – era in vigore una simile “duplicazione dei codici” (il previgente Codice Civile risaliva al 1865, il Codice di Commercio al 1882).

La scelta di unificare il diritto privato e di far confluire la materia commerciale nel codice civile, compiuta dal legislatore del 1942, comportò la cosiddetta commercializzazione del diritto privato. Fino ad allora, le obbligazioni erano diversamente regolate a seconda dell’ambito (civile o commerciale) in cui potevano iscriversi. Con l’unificazione dei codici, quella che era la specifica disciplina delle obbligazioni commerciali venne così applicata generalmente anche alle obbligazioni “civili”, ossia a quelle non contratte nell’esercizio di attività economiche o commerciali. Il diritto commerciale studia, quindi, nei loro vari aspetti, l’attività imprenditoriale e l’esercizio dell’impresa, sia ad opera del singolo, sia ad opera di un gruppo organizzato (come, ad esempio, società o consorzi). Al diritto in parola pervengono altresì gli studi sull’azienda, sulle procedure concorsuali, sulla regolamentazione dei contratti d’impresa, sui titoli di credito (es. assegni, cambiali), sui segni distintivi e sui diritti di privativa, sulle modalità di repressione della concorrenza sleale.

Inoltre, la sempre maggiore complessità dei fenomeni economici e giuridici comporta che ci s’interessi non solo degli aspetti “privatistici” dell’attività d’impresa, ma si ampli lo spettro d’analisi anche ad ambiti in cui il mondo imprenditoriale viene a rapportarsi con i poteri pubblici, nazionali e sovranazionali (basti pensare al ruolo che svolgono le istituzioni comunitarie). Ecco dunque aperti nuovi ambiti di studio, quali quello sulla regolamentazione dei mercati e della concorrenza, oppure quello delle politiche di antitrust, tutti settori che poco si prestano ad essere incasellati nella categoria del diritto privato, stante la rilevanza, in essi, d’interessi pubblici ed il conseguente intervento di pubblici poteri per la loro tutela, come sopra evidenziato.

Parlando di diritto commerciale ci si riferisce quindi, in senso generale, al diritto degli affari e alle regole del mercato volute dal legislatore per regolamentarne i fenomeni e la vita.

La materia è caratterizzata da una costante esigenza di aggiornamento. Si afferma, talvolta, che il mercato sarebbe in buona parte disciplinato dalla cosiddetta lex mercatoria, per cui sarebbero i “grandi mercanti” (multinazionali, banche, istituzioni finanziarie) a dettare le regole, in forza delle loro posizioni dominati sui mercati di riferimento. La lex mercatoria, prodotta da gruppi detentori di un fattuale potere economico, si sostituirebbe così alle ordinarie e “tradizionali” fonti legislative politiche.

Gli strumenti giuridici utilizzati dalle imprese hanno sempre avuto la caratteristica di adattarsi alle mutevoli esigenze del mercato con una particolare rapidità, che anticipa spesso l’operato dei legislatori; legislatori, tra l’altro, sempre più in competizione, per attrarre gli investimenti internazionali (si parla di “concorrenza tra ordinamenti”). È, infatti, proprio questo continuo rinnovarsi ad una velocità sconosciuta ad altre branche del diritto, per l’intervento dei singoli attori dell’economia, a caratterizzare dalle sue origini il diritto commerciale ed a guidarne l’evoluzione.

In Italia, la riforma del diritto societario entrata in vigore il primo gennaio 2004, ha comportato notevoli modifiche alla precedente disciplina del settore.

Dal settembre 2005 è entrato in vigore il Codice del Consumo.

Altre significative evoluzioni nella materia sono intervenute in conseguenza del recepimento di articolate normative Comunitarie che hanno regolato in modo organico materie complesse, come la concorrenza. il dirittocommerciale ruota attorno alla figura dell’imprenditore, per disciplinare le forme attraverso le quali egli opera, gli strumenti dei quali si avvale, la situazioni di crisi nella quale può venirsi a trovare.

è imprenditore “colui che esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o scambio di beni o servizi” Per poter definire un soggetto imprenditore occorre la presenza di:

Esercizio di una attività economica

È un’attività che non si limita al godimento dei beni, ma produce nuove ricchezze e si pone come obiettivo di far fronte a dei costi mediante l’ottenimento di ricavi superiori o uguali alle spese, conseguendo un profitto. L’attività economica è un’attività di rischio essendo possibili delle perdite.

La produzione o scambio di beni o servizi

Tali attività si realizzano o con la produzione di nuovi beni oppure con lo scambio di beni già esistenti sul mercato o, infine, con la fornitura di servizi.

L’organizzazione

Tutti gli elementi personali e materiali usati dall’imprenditore sono tra loro collegati e organizzati in modo unitario in vista dello svolgimento dell’attività economica.

L’esercizio professionale

Non è imprenditore chi svolge attività economica solo occasionalmente. L’esercizio dell’attività economica deve infatti essere abituale, tuttavia per abituale si intende anche un’attività in attiva per una sola parte dell’anno, come per esempio uno stabilimento balneare, purché questo sia continuativo negli anni. Non è imprenditore il professionista: ciò che è essenziale non è il carattere di economicità quanto la natura prevalentemente intellettuale delle prestazioni fornite.

Il mobbing

Nel corso degli ultimi anni l’ambiente lavorativo è diventato spesso il luogo in cui hanno origine nuove patologie derivanti da comportamenti umani atti a provocare nei confronti del soggetto “più debole” una sequenza preparata di ripetute angherie, in questi casi si parla di mobbing.

La parola mobbing deriva dal verbo inglese “to mob” (assalire con violenza) ed è stata utilizzata dall’etologo Konrad Lorenz per indicare nel mondoanimale la condotta violenta tra individui della stessa specie per escludere un membro dal gruppo.

In ambito lavorativo, il termine è stato impiegato per la prima volta dallo psicologo tedesco Heinz Leymann per definire una serie di condotte aggressive e frequenti nei confronti di un lavoratore compiute dal datore di lavoro, superiori o colleghi.

È Harald Ege, psicologo del lavoro e collaboratore di Heinz Leymann a introdurre il termine in Italia, definendo il mobbing una forma di “terrore psicologico sul luogo di lavoro”, uno stato di conflittualità sistematica e persistente contro un lavoratore per emarginarlo o escluderlo dal contesto lavorativo.

Il mobbing può essere realizzato direttamente dal datore di lavoro (in questo caso si parla di bossing o mobbing verticale discendente), dai colleghi (mobbing orizzontale), da entrambi (mobbing misto) o dai sottoposti nei confronti del superiore (mobbing verticale ascendente).

La tutela da qualsiasi forma di mobbing è contenuta nell’art.2087 del Codice Civile che obbliga il datore di lavoro a garantire un ambiente di lavoro sicuro, vigilando su qualunque condotta potenzialmente lesiva nei confronti dei lavoratori da parte di colleghi o superiori.

Il mobbing consiste in una serie di condotte aggressive che si ripetono con notevole frequenza in un considerevole periodo di tempo. Fra queste possiamo annoverare:

  • Il dimensionamento o la completa inattività
  • L’assegnazione di eccessivi carichi di lavoro
  • Le frasi ingiuriose e le aggressioni verbali
  • Le critiche continue e umilianti
  • L’isolamento dei colleghi
  • Il collocamento in postazioni di lavoro inidonee
  • Il trasferimento illegittimo
  • Il distacco illegittimo
  • La minaccia o l’esercizio illegittimo del potere disciplinare
  • L’abuso di controlli
  • Il rifiuto arbitrario di lavoro straordinario
  • L’esclusione ingiustificata di incarichi e benefici14. la sottrazione di strumenti di lavoro
  • Il rifiuto delle ferie o la loro sistematica collocazione in periodi non graditi
  • Il rifiuto immotivato della concessione di permessi
  • Il licenziamento ingiustificato.

Rientrano nel fenomeno del mobbing anche le molestie in genere, come comportamenti indesiderati compiuti per motivi di religione, convinzioni personali, handicap, età, orientamento sessuale, razza o origine etnica che possono violare la dignità della persona o creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo (art. 2 decreti legislativi n. 215 e 216/2003), e le molestie sessuali (art. 26 decreto legislativo n.198/2006).

L’attività persecutoria ha lo scopo di spingere il lavoratore a dimettersi o a rinunciare ad eventuali incarichi nonché estromettere lo stesso dal contesto lavorativo. Se la persecuzione proviene dal datore di lavoro o dai superiori gerarchici si parla di mobbing verticale; se i persecutori sono semplici colleghi del lavoratore si parla di mobbing orizzontale; infine, se le vessazioni provengono dai sottoposti, che si coalizzano contro il superiore si parla di mobbing acendente.

Tali comportamenti assumono una connotazione illecita allorquando aventi come unico scopo quello di danneggiare il lavoratore nel suo ruolo e nella sua funzione lavorativa, così da determinare il suo isolamento fisico, morale e psicologico, all’interno del contesto lavorativo. (Cons. Stato Sez. IV, 10/01/2012, n.14).

Per quanto attiene, invece, all’accertamento della condotta “mobbizzante”, costante giurisprudenza ha affermato che “la sussistenza di condotte mobbizzanti deve essere qualificata dall’accertamento di precipue finalità persecutorie o discriminatorie, poiché proprio l’elemento soggettivo finalistico consente di cogliere in uno o più provvedimenti e comportamenti, o anche in una sequenza frammista di provvedimenti e comportamenti, quel disegno unitario teso alla dequalificazione, svalutazione, emarginazione del lavoratore pubblico dal contesto organizzativo nel quale è inserito imprescindibile ai fini dell’ enucleazione del mobbing.” (Cons. Stato Sez. IV, 16/02/2012, n. 815).

Sul mobbing non esiste una specifica disciplina normativa, pertanto, ai fini della tutela del lavoratore mobbizzato si applicano, per quanto compatibili, le norme civilistiche e penalistiche.

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